Sanremo 2020. No, non è stato il festival della canzone italiana

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La prima parola che mi viene in mente al termine di questa settantesima edizione è LUNGA, troppo lunga. Bisogna tornare indietro agli anni ’80 per trovarne una che la eguagli.


Sì, gli ascolti sono stati molto alti, ma permettetemi di dire una cosa, con orari così dilatati è quasi matematico che lo share diventi mastodontico. Addirittura, la seconda parte dell’ultima sera ha toccato come media il 68.8% di share.

Premessa, per share si intende la percentuale di Tv accese sui vari canali in un X orario. Davanti ad una televisione possono esserci da 1 a N° spettatori, ecco perché a volte, a parità di share, il numero di spettatori è diverso. Nel caso di questo Festival, che ha visto un crescendo nell’orario di chiusura fino a toccare le due e mezza passate, lo share in gergo tecnico è stato fortemente ingrassato, quindi anche se gli addetti continuano a sostenere il contrario e infondo diversamente no potrebbero fare, non gridiamo al miracolo, ma chiamiamolo più che altro giocare di astuzia e furbizia.

Avrei applaudito senza riserve a stessi valori e chiusura non oltre la 00.45/01.00, con un’ultima serata fino all’01.30 massimo. Indubbiamente una media complessiva di tutte e cinque le serate del 54.78% con 10.113.6000 spettatori è un dato alto, soprattutto quando la media della prima parte calcolata fino a mezzanotte tocca il 53.29% e 13.033.300, ma non possiamo non tener conto degli orari proibitivi che portano la media complessiva della seconda parte delle cinque sere al 58.87% con 6.309.800.

Amadeus ha più volte dichiarato che per una settimana si può anche fare tardi, da lunedì si dormirà. No, caro Amadeus tu forse dormirai, ma noi no. Noi che per lavoro abbiamo dovuto parlare di questo festival no, la gente normale no. La gente comune lavora lunedì, anzi moltissimi anche domenica mattina così come in qualsiasi altra giornata di questa lunga settimana. Ognuno aveva il sacrosanto diritto di godersi tutto lo spettacolo e non di vedere che a mezzanotte la metà, se no di più, dei cantanti ancora si doveva esibire. Si tratta di una mancanza di rispetto verso il pubblico che probabilmente davanti a quella televisione ci si è anche addormentato.

Al di là dei numeri cerchiamo di analizzare i contenuti di questa kermesse. La gara delle canzoni è apparsa una sorta di contorno spesso bruciacchiato di altro, quando questo altro è stato un intrattenimento il più delle volte spento e sconnesso. Va bene affrontare temi importanti come la violenza sulle donne, ma i monologhi sono belli e potenti se fatti con cognizione di causa, se possono essere definiti un solo fiore all’occhiello di cinque serate, altrimenti rischiamo di perderne la preziosità e diventano solo una forzatura. Un esempio?

L’inutile e autolesionista intervento durante la prima sera di Diletta Leotta. Per non parlare degli orari di posizionamento in scaletta. Un monologo importante, uno dei pochi, come quello di Rula Jebreal non si può mettere a quasi mezzanotte, così come la canzone interpretata da Jessica Notaro o il ballerino Ivan Cottini lui addirittura dopo l’una e mezza di notte, altrimenti quello che ne traspare è l’aver svolto il compitino. Come a dire “noi il tema importante l’abbiamo trattato. Poco importa se a quest’ora, non ci potete dire nulla”.

Si è spesso abusato della frase “mai accaduto a Sanremo” quando in realtà alcune di queste cose “inedite” non lo erano affatto. La squalifica in diretta di Bugo e Morgan quella sì ha scritto la storia, in negativo, del festival, ma lasciatemi dire che quando si chiama una persona come Morgan sul palco, ci si può e ci si deve aspettare di tutto, anche quello che ha fatto venerdì sera seppure sia un gesto vergognoso e da condannare.

Un applauso va fatto sicuramente a Fiorello, amico di vecchia data di Amadeus, lo si è visto spesso e detto pure troppe volte. Fiore ha saputo districare la matassa di inevitabili contrattempi, sostenendo la conduzione anche nei momenti più imbarazzanti. Non si gli può imputare la colpa dei ritardi nella scaletta, se lo si vuole sul palco si deve accettare anche che possa improvvisare. Un fuoriclasse che non vedremo mai alla conduzione in solitaria, perché diciamoci la verità, chi glielo fa fare?

Allo stesso Amadeus va dato atto di essersi sciolto quasi subito e aver condotto in modo fluido le serate.

Tiziano Ferro ci ha emozionati, anche se la sua presenza deve ancora trovare un senso. Fatto esibire due/tre volte a sera e poi relegato in un cantuccio. Ma non era meglio un’unica ospitata come Dio comanda? Ci saremmo anche evitati polemiche inutili.

Il capitolo donne è a sé. Solo una meritava davvero di stare su quel palco: Antonella Clerici e lo ha dimostrato muovendosi con disinvoltura e padronanza. La Jebreal avrebbe potuto tranquillamente calcare quel palco come ospite d’onore. Il resto? A parte le giornaliste del Tg1 e la stessa Jebreal, che sapevano comunque il fatto loro, le altre hanno fatto esattamente la figura che si voleva scongiurare. Inutili i loro interventi e le loro performance che nulla centravano con la celebrazione dei 70 anni del festival. La povera Alteka c’ha provato a far vedere che la conduttrice la sapeva fare e anche bene, ma è stata relegata per ben quaranta minuti sul palco all’esterno a dirigere non si sa cosa.

Si è voluto mettere tanta, troppa carne al fuoco in questa edizione usando la scusa del settantesimo, il risultato? Più che una gara di canzoni è stato uno scenografico programma di intrattenimento, come se ne vedono tanti, con l’unica differenza della durata, circa sei ore a serata. Assurdo. Inconcepibile.

Eppure, gli elementi sulla carta perché fosse un festival di canzoni c’erano: 24 big in gara, Tiziano Ferro che canta ogni sera, la presenza di Fiorello che da sola basta a sorreggere i momenti di intrattenimento che giustamente devono essere presenti, un Benigni che porta quel pizzico di cultura che non deve mai essere assente e permette di identificare i momenti cardine della kermesse, come al solito però si è voluto strafare. Il miglior modo per festeggiare il Sanremo numero 70 sarebbe stato quello di ridurre all’osso ciò che con la musica non c’entra. Questo non è stato fatto, quindi no, questo non è stato il festival della canzone italiana, ma un festival, quasi del tutto ben riuscito, dell’intrattenimento.

Enrica Leone Enrica Leone

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