E’ finita la scuola!

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Una profonda riflessione sulla didattica affrontata in emergenza.


I battenti della scuola si sono chiusi, ovviamente è un’affermazione figurata, visto che la scuola fisicamente è chiusa dal 23 febbraio. Diciamo che sono iniziate le vacanze e restano da fare solo gli esami per chi sta chiudendo un ciclo, ma per la maggior parte dei ragazzi questa esperienza di scuola a distanza è finita.

Cosa è successo?

E’ successo che per  quasi quattro mesi la scuola si è dovuta reinventare, privata del mezzo principale di cui si serve per raggiungere il suo scopo: la comunicazione. Come una frattura per un ginnasta o un la rottura di un mezzo di lavoro.

Dopo un momento di attonito stupore, la grande macchina della scuola, composta da insegnanti e ragazzi ha incominciato a muoversi, lentamente e con fatica, proprio come se avesse subito un trauma e avesse bisogno di riabilitazione, ma una riabilitazione che tenesse conto del mutato stato di salute. Ora non c’erano più ragazzi a cui chiedere la lezione, ma entità lontane con le quali mantenere un contatto.

Ecco venire in aiuto la tecnologia. Chi ha sempre creduto che in essa ci fosse il futuro della scuola, esultava pensando che fosse arrivato il proprio riscatto. Quanti anni infatti impegnati a spiegare agli insegnanti come si usa una lim, un registro elettronico o persino come si usa una mail. Chissà poi perché il corpo insegnante è sempre stato un po’ recalcitrante di fronte al digitale (ovviamente non tutti). Così, mentre questo stuolo di professori, con una sorprendente versatilità, si è trovato a scontrarsi con tutte le proprie perplessità sul digitale e ad imparare cosa fossero videolezioni e una suite di Google, i ragazzi scoprivano piano piano che mancava loro la scuola. In tutti i suoi aspetti, persino quello di stare 5 ore seduti in un banco ad ascoltare qualcuno che parla. Perché è vero, dietro uno schermo si può anche stare in pigiama o andarsi a fare un giro giusto per fare presenza, ma era molto più divertente ridere e scherzare col vicino di banco e anche sentirsi riprendere dal prof.

Ora che la scuola è finita però si possono tirare le somme e vedere cosa ha funzionato e cosa no, cosa si è sbagliato e cosa invece abbiamo imparato. Di sicuro di positivo c’è stato che si è scoperto che tante pratiche, incontri e discussioni, si possono fare da casa, senza perdere tempo in spostamenti. Si è capito che il rapporto diretto con i ragazzi è indispensabile per capirli e trovare nuove strategie per aiutarli a crescere. Si è capito che non è importante il voto, ma spiegare ogni volta dove si sbaglia e cercare insieme il modo per correggersi. Si è scoperto che non c’è solo la lezione frontale, ma anche molti altri modi per imparare e che la tecnologia non è poi così indigeribile, ma può essere un valido aiuto.

Anche i fissati di tecnologia, però hanno dovuto ammettere che la scuola non può essere solo questo. Quello che un insegnante trasmette in classe è insostituibile. Il rapporto che un ragazzo instaura con il docente è un rapporto fatto anche di sguardi, di domande e risposte che non sono solo verbali, ma anche gestuali. A scuola non si va solo per imparare matematica, storia o geografia, ma si va anche per imparare a stare insieme, a rapportarsi con chi ti può insegnare qualcosa, a trovare la propria collocazione nella società. Per questo la tecnologia non basta, per questo la DAD, che in questo caso ha salvato un anno di scuola, non può essere che un aiuto.

Quante battute sono circolate sui social riguardanti la furbizia dei ragazzi che trovavano mille scuse e stratagemmi per evitare le lezioni e rispondere correttamente alle verifiche frodando il professore. Chissà se ci siamo resi conto di quanto hanno fatto male queste battute al lavoro degli insegnanti che già consapevoli della impossibilità, in questa situazione, di verificare le competenze dei ragazzi, oltretutto si sono sentiti anche derisi. Potenza dei social, che fanno di battute da bar citazioni profetiche.

Nello stesso tempo chissà se ci siamo resi conto di quanto abbia pesato la DAD sulla discriminazione sociale. La tecnologia è per chi se la può permettere e non tutte le difficoltà di connessione o dell’uso dei mezzi a disposizione erano veramente scuse. Molto spesso questi oggetti tecnologici e lo stesso sistema internet ha complicato il normale svolgimento della didattica rendendo tutto vago, incerto, pieno di dubbi. Devo sgridare per il compito non inviato o spiegare come si fa ad inviarlo? La connessione è caduta veramente quando ho fatto quella domanda o è stata fatta cadere?

Questo meraviglioso tema lo ha fatto il ragazzo o suo padre? Inutile indagare sulla situazione familiare, il dubbio rimane sempre. E non è un dubbio da poco, perché se è stata una scappatoia significa che il ragazzo non sta facendo il giusto percorso e se invece è verità, sgridare significa punire ingiustamente e magari far pesare la pecca tecnologica, l’essere meno rispetto a tutti gli altri, magari con maggiori possibilità economiche o più capaci.

Una cosa è certa, nella DAD chi aveva già difficoltà ne ha avute di più e chi non le aveva ha fatto meglio. La Didattica a Distanza è stata tutto fuorché inclusiva, ma anzi ha messo ancora più in difficoltà coloro che non avevano il supporto economico o il supporto familiare alle spalle.

Ed ora cosa ci aspetta?

Non si sa. I rapporti sociali sono tutti modificati e il ruolo sociale della scuola è tutto da ricostruire. Speriamo solo che ognuno di noi abbia capito qualcosa da questa esperienza che ha insegnato  a ciascuno di noi.

Gli insegnanti sono sicuramente diventati più tecnologici, hanno imparato a fare videolezioni, presentazioni, video e ad usare la rete come mezzo educativo. I ragazzi hanno compreso che la scuola alla fine può mancare loro e speriamo che abbiano anche capito e scoperto il bello di imparare. I genitori forse hanno appreso, seguendo i figli, quanto può essere complicato insegnare e quindi magari apprezzeranno di più questa professione che è tanto importante per il futuro di tutti noi e che è fatto di mille sfumature umane che vanno a costruire una persona.

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