Willie Peyote, noi e gli altri

Willie Peyote, noi e gli altri

“Anatomia di uno schianto prolungato” affianca la consueta critica sociale del rapper a una ricerca di comunità e condivisione.


“In caduta libera, in cerca di uno schianto”. Le celeberrime frasi tratte da “Tutti i miei sbagli” dei Subsonica e cantate dalla voce campionata di Samuel arrivano nei titoli del coda del documentario “Elegia Sabauda” a lui dedicato e sono il punto di partenza del sesto album in studio per Guglielmo Bruno in arte Willie Peyote, un progetto che fotografa il nostro tempo e la nostra sensazione di vivere in una caduta libera infinita, un crollo imminente che non arriva mai a compiersi del tutto, lasciando la società civile in un limbo di ansia cronica e passività.

L’invettiva diretta all’industria dello streaming, al CEO di Spotify schiavo delle lobby, a un sistema capitalistico al collasso accompagnano le prime note di un album che parte arrembante ma poi naviga su altri (e per certi versi sorprendenti) lidi.

L’aspetto critico della società, in una Torino “cielo grigio e caschi blu”, è presente anche in “Sapore di Marsiglia”, dove un basso funk cupo e pulsante ci fa ballare senza scollegare il cervello.

Il cratere fotografato nella copertina dell’album, dove tutti noi stiamo precipitando, potrebbe far pensare a un disco esclusivamente politico e sociale, ma nel frattempo l’artista è entrato nella fase dei suoi “primi quarant’anni”. dove l’importanza dei sentimenti e della condivisione, la consapevolezza dei propri limiti, l’abbandono di una presunta “purezza” e coerenza, diventano i passi del suo nuovo percorso.

Un brano ottimista e in qualche modo d’amore (anche se in senso allargato) come “Burrasca” Willie non lo avrebbe mai scritto qualche anno fa’, anche la pur riflessiva “Kodak” (ambientata sulla riviera romagnola) sembra fin troppo tradizionale e “italiana” per i suoi standard, la sensazione è che nell’artista ora convivano due mondi diversi e lui ci tenga a farcelo sapere, senza bluffare.

Anche la densa “Mi arrendo” (con un ispirato Brunori Sas) supera il sarcasmo e il nichilismo e diventa autoanalisi, una sorta di preparazione per affrontare la società senza apparire per forza barricadero..

Musicalmente l’album è un continuo omaggio agli anni ’90: ad esempio “Che caldo fa a Testaccio”, insieme ad una intensa Noemi, è un soul-pop urbano di altissimo livello, che si lega idealmente a “Come se”, cronaca del nostro malcelato adattamento ad una società malata

“Luigi” prende di mira un personaggio di “lotta di classe formato meme”, il “killer giustiziere” di un promotore finanziario diventato paradossalmente idolo del web, “Kill Tony” mette in scena la nostra smania del minuto di celebrità ispirandosi a uno spietato format stand-up comedy d’oltreoceano.

“Air B &B”, insieme a Jekesa, è un esperimento afrobeat che affronta il tema della gentrificazione e i paradossi delle città turistiche, il disco si chiude con “Preferisco non sapere”, dove le relazioni, anche imperfette, sono quelle che ci fanno crescere e in qualche modo ci identificano, nonostante le nostre quotiane ansie.

E’ un Willie Peyote critico, politico ma meno cinico e più sereno, che esprime il bisogno vitale di riscoprire l’altro, perché nessuno si salva da solo, perché siamo tutti, volenti o nolenti, parte del sistema che vogliamo combattere, e solamente insieme potremo capire come farlo.

Come cantava un concittadino di Wille “Gli altri siamo noi”, ogni tanto bisogna ricordarselo.

Crediti fotografici: Matteo Basonetto

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