In una città dove il sole non sorge mai un uomo fuori dal normale è in cerca della propria identità.
John Murdoch non sa chi è. Si risveglia in una vasca da bagno, nudo, nella solitaria stanza di un albergo. Grazie ad una provvisoria telefonata da parte di un sedicente Dottor Schreber il nostro protagonista scopre di essere braccato da degli strani individui vestiti di nero. A complicare il tutto subentreranno sua moglie Emma e un ispettore della polizia intenzionato a catturarlo, Frank Bumstead. John sa di avere poco tempo a disposizione per risolvere il mistero di chi sia veramente, di quale sia il motivo per cui questi misteriosi uomini in nero lo inseguono e perché a Dark City non sorge mai il sole.
Dark City è un film di fantascienza del 1998, per la regia di Alex Proyas (lo stesso regista de “Il Corvo” e di “Io, robot”). L’atmosfera è volutamente oscura, la luce del sole è assente. Gli Stranieri, questi uomini in nero dotati di poteri psichici e intenzionati a catturare a tutti i costi il protagonista, si rivelano con lo scorrere del tempo sempre più addentro ai misteri di Dark City, in un modo o nell’altro. È interessante notare che solo l’anno successivo uscirà nelle sale cinematografiche Matrix, con il quale Dark City ha in comune alcuni punti come la presenza di potenti nemici inarrestabili, un protagonista/salvatore, poteri dell’uomo nascosti, la finzione di quella che è la realtà di ogni giorno: ciò nonostante Dark City non possiede la grandezza epica del film dei fratelli Wachowksi, risolvendosi in un godibile film dark.
Il protagonista, interpretato dall’attore britannico Rufus Sewell, assomiglia ad un Ray Liotta un po’ più statico, poco plastico. Meglio l’interpretazione di William Hurt dell’Ispettore Bumstead il quale riesce a dare vita ad un vero e proprio detective hard-boiled da canone classico. Buona interpretazione anche da parte di Kiefer Sutherland del Dottor Schreber, anche se un po’ limitata dal personaggio, che non permette all’attore canadese di dargli un miglior spessore. La bellissima Jennifer Connelly non ci regala grandi soddisfazioni nel dare vita ad Emma, la moglie di John: sembra di assistere ad una prima recitazione dell’attrice.
Il film ha alcuni difetti, dovuti principalmente alla lentezza del dipanarsi della trama, e nonostante il mondo fantascientifico che propone sia particolarmente interessante, dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un tipico caso di “vorrei ma non posso”. Ciò nonostante risulta particolarmente godibile, senza scadere nel film esagerato o ridicolo a tutti i costi (mi viene in mente come ipotesi simile “Dick Tracy” di Warren Beatty): mantiene cioè una sua dignità di film serio.
Consigliato da vedere: si.

