Solo tre minuti...

Solo tre minuti…

A volte bastano per cambiare un destino, altre per incrinare la fiducia in un sistema che dimentica l’essenza umana dietro procedure e codici a barre.


Tre minuti: quelli che ieri hanno impedito a tre amici di partire da Verona con un volo Volotea diretto a Barcellona. Tre minuti che hanno trasformato un viaggio di lavoro — programmato da mesi per raccontare, tra articoli, video e podcast, la ricchezza culturale della città catalana — in un paradosso burocratico.

I Negramaro cantavano “Tre minuti, solo tre minuti…”, trasformando l’attesa in emozione. Qui, invece, quei tre minuti sono diventati un muro invalicabile.
La compagnia low cost spagnola ha mostrato una rigorosità “esemplare”: dopo una breve telefonata interna, ha negato l’imbarco ai tre passeggeri, mentre tutti gli altri erano ancora a terra, in attesa di salire sull’autobus per raggiungere l’aereo.

Viene spontaneo chiedersi se la stessa inflessibilità venga applicata quando un volo viene cancellato all’improvviso, quando un bagaglio scompare nel nulla o quando un cambio d’orario viene comunicato solo via email, ore dopo la modifica effettiva. La risposta, purtroppo, la conosciamo.

L’empatia del personale? Da premio Nobel, ma alla rovescia.
Il comportamento della responsabile nei confronti dei tre viaggiatori ha oscillato tra il sadico e l’indifferente, ignorando completamente il contesto: il ritardo era dovuto a una confezione di shampoo contestata ai controlli, la stessa che il passeggero aveva sempre portato con sé senza problemi. Un imprevisto minimo, trasformato in condanna definitiva.

E qui non scricchiola l’intelligenza artificiale — spesso accusata di disumanizzare i processi — ma quella umana: la capacità di comprendere, valutare, trovare soluzioni.
Invece, ci si trincera dietro codici, tessere, procedure impersonali che cancellano la persona e lasciano solo numeri.

A rendere il quadro ancora più surreale, una dipendente della sicurezza che, riconoscendoci, si è congratulata per l’articolo che stavamo preparando, accennando a pressioni interne che non abbiamo avuto il tempo di approfondire. Un dettaglio che meriterà l’attenzione dei nostri colleghi giornalisti.

Alla fine, resta una domanda sospesa: il nostro doveva essere un documentario su Barcellona, sulla Sagrada Família, su Gaudí e sulle meraviglie che la città offre al mondo. Ma se al posto nostro ci fosse stato un altro passeggero, diretto a un impegno di lavoro o — peggio — a dare l’ultimo saluto a un parente, sarebbe andata allo stesso modo? Tre minuti — e forse molto altro — ce lo hanno impedito. Per ora. Saluti da Donato, Marco e Damiano.