Shablo va alle origini del rap

“Manifesto” rappresenta un nuovo inizio per il dj, produttore e manager italo-argentino che omaggia la black music e le radici dell’hip hop, con la collaborazione di Joshua e Tormento, oltre alle partecipazioni di Neffa, Guè, Ernia, Rkomi, Inoki, Joan Thiele e Gaia.


Pablo Miguel Lombroni Capalbo in arte Shablo è una delle figure più attive e influenti nell’ambito rap italiano ma di fatto non si era mai proposto come artista solista vero e proprio (a parte due “producer album” tipici del mondo rap), avendo sempre preferito ricoprire le figure del dj, beat maker, produttore, autore e manager, ma i suoi successi, da Inoki, Neffa arrivando a Sfera Ebbasta, coprono ormai 25 anni di storia musicale.

“Manifesto” è quindi per lui un vero e proprio debutto, un atto artistico, come da lui stesso definito, che ha l’obiettivo di portare alle nuove generazioni la sottocultura che è alla base del rap, del genere urban e della trap che oggi spopola in Italia.

“La Mia Parola”, insieme a Guè e ai due artisti fissi dell’intero progetto Joshua e Tormento, è il stato il primo degno biglietto da visita sanremese di un progetto che merita un ascolto attento e approfondito.

“Manifesto” è stato un realizzato in tre sessioni da dieci giorni a San Gimignano, in Toscana, con la presenza fissa del cantante Joshua, e del polistrumentista Luca Faraone. Una volta chiuso ogni brano, lo si mandava all’artista che si voleva coinvolgere, il tutto all’insegna della spontaneità.

Guè è il padrino del progetto, presente e mattatore in “Puoi Toccarmi” che canta “l’ipocrisia di un paese che prima esalta la famiglia e poi la riempie di spese” su una base soul R & B, e in “Spirito Libero”, brano dalla vena pop gospel.

“Non ho mai sentito di una bella vita che in principio non sia stata dura”, così recita “Welcome To The Jungle” dove il prestigioso apporto di Ernia e Neffa rafforza il messaggio di un brano che celebra il sacrificio, il merito, in un paese dove vige la legge del più furbo.

Nel disco ci sono parti strumentali interessanti, riferimenti al “boom bap”, alla drum and bass anni ’90, bellissimi fiati come in “Che Storia Sei?”, con Nayt e Joan Thiele, romantica e raffinata, che sale ascolto dopo ascolto, con i flauti del compianto Michele Lazzarini.

Spazio anche a Mimì, trionfatrice dell’ultimo X Factor, qui in “Meglio Che Mai”, un soul classico dignitoso e di mestiere, e la brillante “Gelido”, mentre in “Love Me” ci si immerge nello stile jungle, 2step, l’elettronica primi anni 2000 insieme al duo belga degli Yellowstraps.

L’immancabile corsivo di Rkomi non graffia in “Non si può”, “Mille Problemi” con Irama ci porta influenze latine ma molto dark, non è di certo (e per fortuna) il classico reggaeton estivo, “The One” con Tormento e TY1 è il pezzo più vicino al rap hardcore, tanto mestiere ma niente di che.

Sul più bello irrompe “Immagina” con Inoki dà uno scossone a tutto, un po’ perchè è un ritorno a sorpresa dopo anni burrascosi tra i due, un po’ per le frasi che che risaltano, un messaggio forte in un pezzo rap classico: “il Papa non ti salverà ma la tua fede sì”.

Motivazionale è anche la conclusiva “Asfalto” che su un tappeto di pianoforte e archi ci racconta quanto è importante rialzarsi dopo le cadute.
Senza la pretesa di essere didattico, Shablo porta ai giovani la storia dell’hip hop in 17 brani di oggi non esagerando con le collaborazioni.

“Manifesto” è un progetto onesto nella sua imperfezione, i suoni e la qualità musicale nobilitano anche i momenti meno ispirati, come successe a “Maya” di Mace nel 2024 questa è una follia necessaria, un ritorno a casa per un genere nato dal soul e dalla musica nera, un viaggio che ci auguriamo ne ispiri altri molto presto.

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 Fabio Alberti