È finita anche quest’anno e nemmeno ce ne siamo accorti. Carlo Conti sostiene di aver vinto la medaglia d’oro l’anno scorso e quella di bronzo quest’anno.
In realtà potremmo tranquillamente mettergli al collo quella di legno e andrebbe bene lo stesso. Sì, perché ancora una volta, e gli ascolti lo confermano, abbiamo visto quello che può essere tranquillamente tradotto come il nulla cosmico. Ce l’aspettavamo? Ovviamente sì, con trenta cantanti in gara e uno stile di conduzione come quello di Carlo Conti non potevamo andare lontano.
Può andare bene una volta, ma due è troppo. Il calo di circa 3 milioni di spettatori pesa, la noia (non quella che cantava Angelina Mango due anni fa, è stata la vera protagonista. Una passerella di co-conduttori/conduttrici che scendono le scale, fanno (poco) e se ne vanno. Solo Frassica ha saputo dare un senso alla sua partecipazione. Se vuoi fare Sanremo devi essere in grado di trovare il giusto equilibrio tra musica e spettacolo, altrimenti vai in onda direttamente in radio.
Il ritmo serrato, senza un momento di svago, di divertimento è stato l’ingrediente principale della kermesse. Non ricorderemo molto di questo festival e ciò è la logica conseguenza di un Sanremo sciapo. Una minestra riscaldata, un Sanremo Baudiano, ma non nell’accezione positiva del termine.
È inevitabile ora pensare a ciò che verrà, Stefano De Martino è sicuramente un bravissimo showman, ma la sua esperienza sanremese parte già in salita e costellata di polemiche. Una tra tutte la sua poca conoscenza della musica per poter fare anche il direttore artistico. Critica assolutamente legittima, ma a De Martino è quanto meno legittimo dare un minimo di fiducia. E speriamo che almeno lui stia attento a cosa verrà proiettato sul ledwall.
Classe 1991, laureata in giurisprudenza, ma con la passione per la scrittura e la televisione.
Dal 2015 scrive per il Titolo e cura la rubrica Tele dico in Tv su TitoloTv, dove ogni settimana cerca di analizzare la televisione di oggi. Le sue critiche sono sempre costruttive e mai distrutte perché dietro a qualunque lavoro, anche il peggiore, ci sono lavoratori e idee che meritano di essere rispettate.



