Oslo, al MUNCH l’Urlo diventa un videogioco

Quando l’arte diventa gioco e consapevolezza

Un percorso interattivo al museo di Oslo mostra ai più giovani come proteggere opere fragili nel tempo.


C’è un modo insolito ed efficace per avvicinarsi a The Scream di Edvard Munch, senza restare “solo” davanti a un capolavoro: trasformarsi in piccoli restauratori. Al MUNCH Museum di Oslo, infatti, si può visitare ancora per poco la mostra temporanea “Tiny Conservators – Save the colours of The Scream”, una sala-gioco pensata per bambini e famiglie, sviluppata dal museo nell’ambito del progetto europeo PERCEIVE (www.perceive-horizon.eu), che sperimenta nuove tecnologie e intelligenza artificiale per comprendere e proteggere i colori delle opere d’arte.

L’idea è semplice e geniale: sei giocatori su sedute coloratissime, progettate come vere “postazioni” di gioco, con joystick e pulsante di selezione integrati. L’obiettivo è diventare “tiny conservators” e combattere, a suon di musica, le forze che minacciano lentamente i dipinti: luce, umidità, sbalzi di temperatura e, naturalmente, il tempo. Nel gioco si affrontano personaggi-nemici dall’immaginario pop (Lady of Light, Dj Damp & Dry, Count TickTockula).

Perché un videogioco in un museo d’arte? Perché qui l’interattività non è un “effetto speciale”: è un modo per far capire un punto centrale della conservazione. I colori cambiano. E non per magia, ma per una somma di cause concrete e quotidiane: esposizione alla luce, condizioni ambientali, contatto. Il museo lo spiega con una metafora perfetta per i più piccoli: come la pelle può scottarsi o segnarsi, anche The Scream reagisce nel tempo.

Questa consapevolezza trova conferma concreta al quarto piano del museo: le versioni dell’Urlo sono opere vulnerabili, e, proprio per questo, gestite con una cura rigorosa. MUNCH ha messo a punto un sistema di rotazione basato su ricerca e studio dei materiali, per evitare sovraesposizioni e garantire che il pubblico possa vedere l’opera senza comprometterne la sopravvivenza futura.

Prima di uscire, vale la pena completare l’esperienza con “Edvard Munch Shadows” (piano 7), una mostra interattiva e biografica che ricostruisce, con luce, suono e immagini, l’universo dell’artista. È un percorso che avvicina Munch non come icona, ma come persona: memoria, oggetti, abitudini, influenze del suo tempo.

Un museo della città, per la città. C’è infine un aspetto che colpisce: MUNCH è un museo civico, legato alla città di Oslo, che custodisce un’eredità unica (la più grande collezione di opere di Munch) e la traduce in programmazione, ricerca, accessibilità e attività per tutte le età.  In un modello che combina sostegno pubblico e capacità di generare entrate proprie (biglietteria e membership), l’impressione è quella di un’istituzione che reinveste costantemente in qualità.

Crediti fotografici Sofia Pescarin