Patty Pravo, non solo icona di se stessa

Patty Pravo, non solo icona di se stessa

“Opera” è un album orchestrale e fuori dal coro per una “Divina” che non si accontenta del proprio “status” puntando all’eccellenza.


Non è da tutti presentare il proprio nuovo album nei musei, può sembrare un atto di arroganza o presunzione ma, conoscendo l’artista, dietro al gesto c’è una forma di ironia e silenziosa provocazione.

“Opera” è un disco felicemente fuori da questo tempo frenetico dove si celebra la viralità, l’impatto immediato e il populismo in ogni sua forma, anche artistica, e il museo è un luogo dove la realtà si cristallizza e diventa eterna.

Prodotto con cura artigianale da Taketo Gohara, l’album schiera un parterre di autori fuori dal coro e di grande qualità, per un disco di impronta tradizionale che ci riconnette con una profondità d’altri tempi, accompagnato da una voce che non cerca trucchi, abbellimenti e vuole essere vera nel suo naturale invecchiamento e nelle sue sbavature.

Musicalmente fuori contesto dal mondo virale, “Opera” è testualmente immerso nella realtà di oggi, cominciando proprio dal brano omonimo che Patty Pravo ha portato sul palco di Sanremo, con un testo “alto” come quello di Giovanni Caccamo, direttore artistico dell’intero progetto, una melodia eterea, un’interpretazione così “aliena” da passare (purtroppo) inosservata ai più.

“Oggi piove”, scritta da Pierpaolo Capovilla, è cinematografica e volutamente minimalista, il rimpianto per un amore perduto vive in “Noi due” e nelle ricercate armonie di “Maledetta verità”, scritta da Raphael Gualazzi, dove la voce di Patty si accende emozionandoci.

“Le regole del gioco le scrivo tutte io” è la frase forte e identitaria contenuta nella melodrammatica “L’amore impertinente”, dove la riconoscibile penna di Giuliano Sangiorgi aderisce al Patty – pensiero.

“L’equilibrio”, scritta da Cristina Donà e Saverio Lanza, è una profonda riflessione sulla felicità, definita un’oasi da cercare nel deserto e un peccato fuori moda da difendere, la vetta più alta del disco insieme alla romantica, bizzarra e straziante “Foto nella mailbox” dove Morgan accosta elementi digitali a solitudini umane. Solo Francesco Bianconi dei Baustelle può far cantare a Patty “Ho fatto le orge e l’autostop”, “Ho inventato il rock.. Oddio quello forse no” e portarci un manifesto di vita come “Ho provato tutto”, una biografia in musica.

Dopo un trittico così intenso c’è bisogno di un po’ più di leggerezza, arrivano così la rassicurante “Cosa vuoi che sia” di Serena Brancale e la giocosa e grottesca “Ratatan”, un piccolo salto negli anni ’60.

A chiudere il tutto lasciandoci soddisfatti c’è la riflessiva “L’isola” e l’omaggio a Gino Paoli “Ti lascio una canzone”, già portato nella serata cover a Sanremo. “Opera” è un disco che percorre la strada dell’autenticità, Patty ha 60 anni di carriera ma non si autocelebra, preferisce coltivare una sana curiosità rinunciando anche a facili numeri e consensi, questo è un disco per chi la sa veramente capire nel profondo come artista, mentre quelli che la identificano nella scontata cartolina da “ragazza del Piper” possono anche rimanere fuori dalla “festa”, lei se lo può tranquillamente permettere.

Crediti foto: Matteo Pavone @OneTakeVision

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