Otranto accende il dibattito sulla libertà dell’informazione

Otranto accende il dibattito sulla libertà dell’informazione

Quattro giorni di incontri internazionali per analizzare rischi, sfide e responsabilità del giornalismo contemporaneo.


Il Festival Giornalisti del Mediterraneo entra nel vivo della sua maturità: dall’1 al 4 settembre 2026 Otranto ospita la diciottesima edizione di una rassegna che, anno dopo anno, continua a interrogare il presente con lucidità e coraggio. Una vocazione che il fondatore Tommaso Forte rivendica con decisione: «Il nostro festival è nato per affrontare ciò che pesa davvero nel dibattito sull’informazione. E oggi la libertà di stampa è un tema che richiede attenzione costante, soprattutto in tempi così instabili».

La libertà di stampa, infatti, non è un diritto astratto né un privilegio riservato agli addetti ai lavori. È un presidio democratico che riguarda ogni cittadino. Lo ricorda Vittorio Di Trapani, presidente della FNSI, ospite della giornata inaugurale: «La libertà di stampa appartiene ai cittadini. I costituenti l’hanno voluta come pilastro della democrazia per garantire che nessuno potesse mettere a rischio il diritto a essere informati». Per Di Trapani, il confronto pubblico è essenziale: «Festival come questo rinnovano l’alleanza tra cronisti e comunità, difendendo diritti e Costituzione».

Nel cuore di Largo Porta Alfonsina, giornalisti italiani e internazionali, analisti, scrittori ed esponenti istituzionali discuteranno di conflitti geopolitici, crisi climatica, diritti umani e nuovi linguaggi dell’informazione. Ma il filo rosso sarà la fragilità della stampa nei contesti ostili, dove raccontare la realtà può diventare un atto estremo.

A testimoniarlo sarà Shelly Kittleson, reporter statunitense che da anni documenta le aree più critiche del Medio Oriente. Rapita a Baghdad lo scorso marzo e liberata dopo una settimana, porterà a Otranto la sua esperienza diretta: «L’idea che nell’era di internet non servano più giornalisti sul campo è pericolosa. Raccontare i fatti in Paesi in conflitto è un lavoro rischioso e costoso». Kittleson denuncia anche la crescente sfiducia verso i media, alimentata da chi banalizza o ostacola la professione: «Questi atteggiamenti rendono meno accessibili informazioni preziose e restringono gli spazi democratici. A volte possono costare la vita».

Il festival si conferma così un osservatorio privilegiato sulle tensioni che attraversano il mondo dell’informazione, e un invito a difendere con consapevolezza un diritto che riguarda tutti.