Mediterraneo strategico, nuove opportunità per l’export italiano

Mediterraneo strategico, nuove opportunità per l’export italiano

Una trasformazione strutturale ridisegna rotte, filiere e rischi finanziari per le PMI esportatrici.


Il Mediterraneo torna al centro del commercio globale, assumendo un ruolo che negli ultimi decenni sembrava affievolito. Le tensioni nel Mar Rosso, l’instabilità nello Stretto di Hormuz e le difficoltà di transito nel Canale di Suez stanno spingendo compagnie di navigazione e operatori logistici a ripensare rotte e catene di approvvigionamento. Come rileva l’Italian Maritime Economy Report 2026, l’area non è più soltanto un corridoio tra Atlantico e Indo‑Pacifico, ma un ecosistema in cui commercio, produzione ed energia si intrecciano con crescente intensità.

In questo scenario, il Mezzogiorno italiano si ritrova in una posizione particolarmente favorevole: oggi i porti del Sud movimentano quasi metà del traffico marittimo nazionale, un risultato impensabile fino a pochi anni fa per un territorio considerato periferico rispetto ai grandi hub del Nord Europa.

La trasformazione non è soltanto una risposta alle crisi negli stretti marittimi. Secondo l’Atlantic Council, i Paesi del Golfo stanno accelerando gli investimenti in corridoi terrestri verso sbocchi mediterranei, con l’obiettivo di costruire una rete logistica resiliente che colleghi il Golfo a Oman, Egitto e Siria. Una strategia che potrebbe deviare una quota significativa dei flussi oggi concentrati su Hormuz, consolidando il Mediterraneo come nodo logistico centrale anche oltre l’emergenza geopolitica.

Il Rapporto Export SACE 2026 conferma questa tendenza: l’export italiano crescerà del 2% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,8% nel 2028, puntando a quota 700 miliardi di euro. La diversificazione geografica è già evidente: Marocco ed Egitto figurano tra le piattaforme strategiche, mentre le esportazioni verso i Paesi del Piano Mattei hanno raggiunto 14,4 miliardi di euro, +4,1% sul 2024. Mercati che stanno assumendo un peso crescente anche per le PMI, tradizionalmente concentrate sull’Unione europea.

Il vantaggio geografico del Mezzogiorno non basta però a garantire competitività. Assiterminal stima in 350 miliardi di euro il potenziale dei porti italiani, ancora largamente inespresso. Quasi il 40% delle merci movimentate via mare è traffico di transhipment: passaggi che non generano valore diretto per le filiere produttive. Per trasformare il Sud in un vero hub dell’export servono collegamenti intermodali più efficienti con i distretti industriali, oggi penalizzati da costi logistici superiori rispetto a Rotterdam e ad altri hub europei.

Il porto di Salerno offre un esempio di evoluzione virtuosa. Nel 2025 il Salerno Container Terminal ha movimentato 416 mila TEU, +16% sull’anno precedente, già segnato da un +11% dell’export. Lo scalo è stato scelto come riferimento nel Sud Italia sia dal servizio Amerigo di CMA CGM verso il Nord America, sia dalla nuova alleanza Gemini tra Hapag‑Lloyd e Maersk, confermando l’interesse crescente degli operatori globali.

La regionalizzazione delle catene del valore apre nuove opportunità per settori in cui il Sud Italia eccelle: agroalimentare, moda, aerospazio, automotive, biofarmaceutico. Un sistema portuale orientato alle filiere, e non solo al transhipment, permette di accorciare le distanze con mercati in espansione come Nord Africa, Balcani e Medio Oriente, favorendo relazioni economiche più dirette e stabili.

La diversificazione geografica porta con sé una complessità gestionale spesso sottovalutata. Operare in mercati come Marocco ed Egitto significa confrontarsi con valute più volatili, sistemi bancari differenti e modalità di pagamento eterogenee. Inoltre, molte filiere italiane dipendono dall’importazione di materie prime e semilavorati: il rischio di cambio incide quindi sia sulle vendite sia sugli acquisti, comprimendo i margini anche in presenza di volumi in crescita.

Per anni il rischio valutario è stato marginale per le PMI, concentrate sull’Eurozona. Oggi, invece, il cambio è una variabile strutturale della redditività: non conta solo quanto si vende, ma il valore effettivo dell’incasso al momento della conversione in euro.

Strumenti di copertura permettono di fissare in anticipo il tasso di cambio, garantendo certezza sul valore dei contratti. Ma non bastano. Serve una governance più evoluta: policy dedicate, stress test periodici, monitoraggio delle esposizioni su più valute. È un cambiamento culturale che trasforma la gestione del rischio valutario da attività residuale a leva strategica dell’internazionalizzazione.

Le imprese che integrano il rischio di cambio nella pianificazione riescono a stabilizzare margini e risultati anche in contesti volatili. Chi lo affronta solo a consuntivo rischia invece di vedere erosa la redditività proprio mentre amplia la presenza internazionale.

Il ritorno del Mediterraneo al centro dei traffici globali è molto più di una trasformazione logistica: ridisegna le geografie del commercio e apre nuove prospettive per il sistema produttivo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. La vera sfida non è solo raggiungere nuovi mercati, ma farlo con strumenti adeguati a gestire una rete di relazioni sempre più articolata. In un contesto in cui geopolitica, finanza e logistica si intrecciano, competitività industriale e gestione dei pagamenti internazionali diventano elementi inseparabili della stessa strategia.

Marta Bonati, Country Manager di Ebury Italia.