Alessandro Gori è il suo blog e allo stesso tempo è un anima nera che su Facebook sconvolge e traumatizza la vita delle persone famose, o presunte tali, per ricordargli che il mondo non è solo quello di plastica in cui (soprav)vivono.
Il Gori è anche, soprattutto, pensiero, analisi, comprensione del mondo che lo ingloba e il teorizzatore di uno stile letterario estremamente contemporaneo. Ha recentemente riversato parte del suo mondo in una pubblicazione dal titolo “Le avventure di Gunther Brodolini“ raccontando la vita di questo bambino necrofilo a zonzo in un mondo più marcio di lui popolato da strani personaggi. Il tutto raccontato da “un iridescente umorismo nero pece” come afferma lui stesso. Siamo riusciti a intercettare questo famoso blogger in una delle sue poche uscite e gli abbiamo fatto qualche domande in totale anonimato. Abbiamo spaziato dal suo essere scrittore, fino all’evoluzione del suo modo di scrivere e a come si rapporta al mondo reale dal mondo virtuale.
Alessandro come ti sei avvicinato alla scrittura del blog e del linguaggio dei social. Cosa ti ha spinto a esprimerti con queste forme di espressione, cosa volevi comunicare e se la tua idea iniziale di espressione si è ampliata o modificata.
Fin da piccolo, come tutt’ora, sono stato sempre attratto dal morboso, dallo strano, dal fastidioso e dal respingente. Questo è sempre stato quello che mi è piaciuto e allo stesso tempo ho sempre investito molto sull’umorismo con il groppo in gola, scomodo, per cui ridi ma ti senti in colpa se ridi. Una risata in faccia alla morte di cui ho sempre avuto paura. Tutto questo mondo mi ha portato a creare qualcosa di mio, qualcosa di personale. Per questo otto anni fa è nato il mio blog. Ho scelto questa modalità in quanto avevo bisogno di qualcosa che mi tenesse sotto stress per tirare fuori delle cose che avevo da dire e che tenevo dentro di me. Volevo mettere in parole una serie di racconti, suggestioni, immagini, pensieri che avesse vita propria. Nel mio libro, infatti, ogni frase è contestualizzata da sola, è un universo indipendente.
Dalla risata macabra, successivamente, ho voluto concentrarmi sulla creazione di realtà letterarie alternative, nate dallo spostamento di un semplice avverbio per creare sempre una realtà disturbante. Sono felice che la gente possa giudicarmi un delirante, uno spostato perché è imbarazzato da ciò che scrivo. Sono un traumatofilo, mi piacciono le situazioni di imbarazzo.
Approfondiamo il concetto di trauma. Nella tua poetica è solo provocazione oppure è altra cosa?
Il trauma è il gusto di raccontare qualcosa che spesso viene edulcorato, addolcito; parlare dei sentimenti, del privato nella vita di ognuno. Io verbalizzo questo privato con un effetto violento perché fa paura raccontare l’intimo, il personale. A me piace questo trauma. Quando scrissi le mie frasi sui malati terminali volevo creare quell’atmosfera disturbante, da risatina isterica. Quindi non è una provocazione, ma un modo di raccontare.
Continuiamo a parlare di stili e modalità di espressione. Tu passi dal racconto all’aforisma. Come gestisci questo binomio?
Sono molto poco versatile letterariamente. Cerco di scrivere nelle modalità con cui riesco meglio a esprimermi come il racconto, la frase, la poesia. In realtà riesco a unire questi diversi generi sotto il nome della spontaneità,. Scrivo tanto, anche se pubblico davvero quello che mi piace, ciò che trovo efficacie per il mio scopo.
La satira on line si incardina sulle brevi frasi, sulla frase d’effetto che viaggia con maggiore facilità attraverso i social network. Considerando anche l’utilizzo che tu fai dei social, quanto credi che questo tipo di frase possa ridicolizzare gli italiani e la nostra società di oggi?
Da parte mia non ho questo intento. Non leggo altri blog e non ho l’idea della metastasi della nostra società. Al tempo stesso, però, mi accorgo che assorbo tutto questo perché faccio parte di questo contesto. Non sopporto la satira fatta dall’alto verso il basso; la cosa bella è far vedere che siamo fatti della stessa materia. Tutti noi abbiamo una parte impresentabile, intima che ci livella, ci accomuna. Questo è importante in ogni rapporto, secondo me, per avere chiarezza. La satira non è mettersi su uno scranno, ma manifestare.
Come riesci a coniugare l’anonimato in un canale di diffusione come internet in cui ognuno di noi ha una grande volontà di essere visibile, di farsi vedere. Come unisci la tua volontà di apparire attraverso la parola con una necessità morbosa di mostrare immagini, pensieri soprattutto attraverso i social network?
Trovo tutto questo una disciplina. In questo modo si riesce a mimetizzarsi con lo sfondo; si riusce a utilizzare pelli diversi a secondo dell’occorrenza di ciò che si vuole fare. Questo mi da una certo stimolo onesto, sereno, rilassato.
L’anonimato, secondo te, è il passo in avanti dell’evoluzione di internet. In un futuro prossimo passeremo dal manifestarsi al non mostrarsi? Oppure è una tua percezione anche considerando che molta della satira sul web nasce dall’anonimato?
Potrebbe essere tutto questo possibile. Quando qualcosa diventa struttura non si riesce più percepire i meccanismi. Quindi magari indagati queste sinapsi si arriverà alla cancellazione del proprio profilo, per poi arrivare nuovamente al mostrarsi.
L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Mattia Coletti.


