L’Italia non e’ razzista. ma…

L’Italia non e’ razzista. ma…

Il paese delle leggi razziali e del «föra da i ball», ogni tanto si riscopre antirazzista. ‘Io non sono razzista. Ma…’ è la frase di cui l’Italiano medio abusa per giustificare qualche comportamento od atteggiamento pseudo-razzista. In questo, il mondo del calcio non fa eccezione.


L’Italia non e’ razzista. ma…L’Italia non è razzista ma sanzioni esemplari per tali comportamenti finora non se ne sono viste. Per combattere il razzismo, infatti, non basta qualche striscione o una maglia con scritte edificanti, servirebbero gesti eclatanti che attirino l’attenzione e smuovano le coscienze. Ultimamente ne sono capitati alcuni.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Kevin Constant, giocatore del Milan, il quale durante il trofeo Tim a Reggio Emilia ha detto basta ai cori razzisti dei tifosi del Sassuolo ed ha abbandonato il campo. La scena ha ricordato un altro giocatore rossonero, Kevin Prince Boateng, che in un’amichevole del gennaio scorso a Busto Arstizio aveva reagito in un modo simile contro gli insulti provenienti dai tifosi della  Pro-Patria.

Il filo conduttore di questi ed altri beceri episodi è sempre lo stesso: tam tam mediatico per 2 o 3 giorni, tuttologi che propongono idee originali su come combattere il razzismo, l’evergreen “Adesso basta!” e l’immancabile “Questi non vanno nemmeno chiamati tifosi!”; in seguito non se ne parla più, perché è solo una notizia e come tale ha un inizio ed una fine, dopodiché – a maggior ragione in pieno calciomercato – the show must go on.

Il problema è che il razzismo in Italia non è una triste eccezione da condannare di volta in volta, è semplicemente la regola.

Basta andare in un qualunque stadio di una qualunque categoria italiana per sentire cori razzisti di ogni tipo senza che succeda nulla: l’arbitro non si sogna nemmeno di interrompere la partita, ai giocatori viene intimato di far finta di non sentire, e soltanto in presenza di qualche ‘buh’ allora se ne parla, come se l’ideologia razzista fosse sintetizzabile in un mero boato. E qui, in verità, una critica è doverosa anche verso gli atleti vittime di questi atteggiamenti, soprattutto i calciatori cosiddetti top-players: facile fermare tutto in un’amichevole di gennaio a o nel precampionato di metà luglio, l’antirazzismo non ha categorie e sarebbe bello – si fa per dire – vedere una reazione simile durante una sfida scudetto o una gara di Champions, quando l’attenzione è mondiale e l’episodio avrebbe risonanza mediatica anche fuori dal Bel Paese.

Ma questo non accadrà mai, perché  il razzismo fa parte del gioco e gli introiti dei diritti tv valgono ben più della dignità di un calciatore di colore. Ci provò Marco André Zoro, in un Messina-Inter del 25 novembre 2005: troppi davvero gli insulti, «non accetto che certa gente mi urli insulti razzisti a casa mia. Fuori casa ormai ci sono abituato, ma qui no. Sono persone che non amano questo sport  ma devono capire che non siamo animali: io voglio rispetto» – dichiarerà ai microfoni dei giornalisti – prende il pallone in mano e si avvia verso gli spogliatoi; per qualche minuto la gara è sospesa, il tempo di spiegare all’ingenuo ivoriano che la partita è troppo importante per essere rinviata, l’Inter gioca le coppe, un recupero infrasettimanale creerebbe non pochi problemi a quella Figc che da lì a poco sarà travolta da Calciopoli; e quando vedi perfino il nigeriano Obafemi Martins tentare di persuadere l’avversario a desistere dall’insano gesto e tornare sui suoi passi, capisci che davanti al calcio qualsiasi altra questione passa in secondo piano. Per completare l’opera, l’arbitro dell’incontro – Matteo Trefoloni della sezione di Siena – non citerà l’episodio nel referto arbitrale redatto a fine gara. Zoro ha le allucinazioni, verrebbe da dire.

L’Italia non e’ razzista. ma…

«Io non voglio fare il personaggio» – si giustificherà il terzino a fine gara – perché il dramma italiano è proprio questo: se osi ribellarti, il sospetto che tu abbia secondi fini è più che legittimo, quasi obbligatorio.
Infine un cenno a chi più di tutti in questi anni si è ribellato ai cori, uscendo dagli schemi del ‘fa parte del gioco’: Mario Balotelli, nato a Palermo e cresciuto a Bagnolo Mella (BS), attaccante del Milan e della Nazionale Italiana, che è costantemente oggetto di scherno – “Non ci sono negri italiani”, il più gettonato – da parte dei tifosi di tutte le squadre del nostro campionato .Gli stessi che poi esultano per la doppietta alla Germania. Se si ribella l’obiezione è presto detta: non sono insulti razzisti, ma semplici sfottò contro il suo atteggiamento strafottente. Già sei nero, ti metti pure a fare l’arrogante? Allora te le cerchi.

Tuttavia, questa è solo una piccola goccia del mare di razzismo che inonda la nostra società. Spesso ci si stupisce come nel mondo del calcio vi sia corruzione, doping, sudditanza psicologica, illudendosi forse che esso sia un’isola felice, immune da tutto e da tutti. E’ invece una perfetta sintesi dei problemi dell’Italia, semplicemente ampliata dal grande clamore mediatico che ha attorno a sé, e contemporaneamente sminuita poiché,  in fondo, il calcio è solo un gioco.

Foto: Balotelli http://www.palermomania.it/news.php?id=49820   (Zoro) http://www.prolocopace.it/?p=634