Prodotto da Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Valzer srl, il testo scritto da Goldoni per la regia di Roberto Valerio è andato in scena al Teatro Comunale di Treviso il primo fine settimana di marzo. Sotto la patinatura comica e ironica si svela una pungente critica all’idea di arte.
Il potere della drammaturgia e della scrittura di Carlo Goldoni risiede nel parlare di problemi sociali, drammi umani, condizioni precarie di vita in scene divertenti, dialoghi comici e personaggi buffi. L’impresario delle Smirne utilizza questo apparato per riflettere sul teatro e sul disprezzo per l’arte. Scritto nel 1759 il testo narra di un gruppo di cantanti lirici, arrivisti e senza scrupoli, in grado di compiere tradimenti e sotterfugi pur di essere selezionati nella compagnia voluta da un importante mecenate turco.
Il testo non è facilmente etichettabile in quanto non racconta una storia in particolare, non ha una trama vera, ma è solo un affresco, critico e tagliente, della società contemporanea a Goldoni con particolare riferimento alla civetteria e alla capricciosa categoria dei cantanti lirici.
L’omonima messainscena curata da Roberto Valerio propone come protagonisti attori di teatro. Questi sono cinque Lucrezia (Chiara Degani), Tognina (Valentina Sperlì), Annina (Federica Bern), Pasqualino (Alessandro Federico) e il comico Carluccio (Antonino Iuorio) più il letterato, dramamturgo e regista, Maccario (Massimo Grigò). Nessuno di loro ha lavoro, sono squattrinati e si arrabbattono per cercare di conquistare innanzitutto il volere del Conte Lasca, intepretato dallo stesso Valerio, investito dal ricco impresario turco Alì (Nicola Rignanese) di selezionare e organizzare lo spettacolo.
Il clima generale è farsesco, libertino, lascivo, iperpermissivo, approfittatore. Lo spettatore si diverte a osservare come i protagonisti si scavalchino, si guerreggino, usino le armi del pettegolezzo e della falsità per infamare i concorrent, solo per ottenere un ruolo di rilievo nella commedia, in grado, così, di confermare uno status sociale elevato e privilegiato e una condizione economica invidiabile. Battute e sgambetti, scene assurde e perfide coalizioni si osservano in scena, per la scelta registica di porre in evidenza la critica sociale del testo di Goldoni. Questa è percepita grazie alla caratterizzazione dei personaggi che appositamente sono netti, poco sfumati nelle loro psicologie. 
Le donne, infatti, sono perfide, ipermaterialiste al punto da utilizzare il loro corpo per raggiungere gli scopi; sono agguerrite e traditrici per ottenere il ruolo di prima donna. Per questi motivi quindi sul palco si susseguono vere e proprie battaglie tra le tre, fatte di urla e sotterfugi, talmente caricati da apparire assurdi, ma in realtà molto veri. I maschi al contrario sono burattini nelle mani delle donne. Credono di avere potere, pensano di essere astuti, ma non riescono a fare niente per loro volontà; sono sempre in scacco di qualcuno.
Anche il personaggio di Alì rientra in questa definizione. É goffo, parla un italiano stentato e tutti lo beffano, vogliono solo approfittarsi del suo denaro, fino a quando, compreso il forte arrivismo degli attori, si defila disgustato dalla vicenda. Sopra tutto e tutti c’è il Conte Lasca, manovratore insensibile, viscido orchesratore in grado, per sua natura solo di ingannare. Valerio nella costruzione del suo personaggio pone attenzione a manifestare una forbita e tagliente arte dialettica che gli permette, così, di svicolare dalle siutazioni pericolose e trarre sempre maggior vantaggio da tutto.
Sullo sfondo c’è l’arte teatrale. Beltrame (Peter Weyel) padrone della locanda ove si svolge la scena, a un tratto gioca e scherza con il pubblico con delle clavette. Valerio, così, vuole sottlineare l’idea di Goldoni di intendere il teatro come un circo, come una merce da barattare e sfruttare.
La critica tagliente del drammaturgo veneziano è, così, percepita dal pubblico grazie alla volontà del regista di lasciare che le sue parole siano scandite con precisione. Seppur ogni tanto il recitare degli attori cerchi troppo l’effetto comico e malgrado la scena appaia troppo legata a un interno logoro che ben metaforizza il degrado sociale, ma si attesta solo come un cornice, la messainscena curata da Roberto Valerio è ben organizzata e permette, soprattutto di fronte all’arrivismo esasperato dei protagonisti, dimentichi sempre più nel finale dell’idea di teatro come arte, qualche parallelismo con il presente.


