Trionfi musicali, marketing spericolato e sindrome dell’impostore: cronaca di una carriera in bilico tra gloria e precipizio.
Bene o male, purchè se ne parli. Quante volte sentiamo questa frase, spesso pronunciata in maniera superficiale in barba a qualsiasi etica, quando in realtà il modo in cui si parla di un artista può influire sulla sua credibilità, ammesso che oggi, in tempi di viralità e monetizzazione immediata, sia ancora importante.
La parabola della carriera di Justin Bieber è giunta a un momento importante, una fase che si può considerare adulta dove l’artista potrebbe permettersi di guardare in faccia il suo pubblico senza bluffare, forte di un approdo alla spiritualità e alla scoperta dell’amore.
Il bulimico progetto “Swag”, uscito in due parti e contenente la bellezza di 40 canzoni, ci rivela un artista contraddittorio che cerca una cifra R & B attuale ma sembra ancora troppo legato all’immagine di quel ragazzo che nel 2012 dominava le classifiche con un pop adolescenziale.
La sua recente esibizione al festival americano Coachella, un karaoke in gran parte nostalgico in cui vecchi video musicali (messi in onda da lui direttamente da un pc portatile) hanno “vinto facile” a discapito di un’esibizione pigra e svogliata, ha fatto schizzare di nuovo in vetta alle classifiche mondiali brani come “Beauty and a Beat”, “Baby”,”Confident” “Sorry” e “Love yourself”.
Questa sua indolenza potrebbe anche essere un gesto di silenziosa resistenza a un sistema nel quale si trova imbrigliato ma nel quale non si riconosce, lo abbiamo visto anche ai Grammy Awards in maglietta e boxer come fosse un estraneo, questa sensazione lo accompagna anche nell’interminabile progetto “Swag”, che in alcuni momenti ci mostra un artista in grado di evolversi e stupirci, grazie anche alla produzione sporca e minimale di Carter Lang, ma sono troppi i riempitivi e i momenti poco ispirati.
La minimalista “Daises” ci conquista per il suo R&B acusitco, “Yukon” è un curioso pop a bassa fedeltà con voce abilmente effettata, “Devotion” esprime il suo approdo alla spiritualità, antidoto alla crisi personale.
Si salvano brani come “Things You Do” e “First Place” ci riportano a un piacevole pop radiofonico, spinge il funky di “Bad Honey”, così come il soul e le voce moltiplicate e chitarre di “Petting Zoo”. mentre “Better Man” convince per il suo essere un personale inno alla redenzione.
Il progetto, causa lunghezza eccessiva e molte cadute nella seconda parte, è nel complesso un carrozzone noioso che cade in diversi luoghi comuni, includendo anche interludi parlati superflui, persino del pastore Marvin Winans che, con tutto il rispetto, rendono tutto kitch ed eccessivo.
“Swag” è arrivato anche nel bel mezzo di un’inchiesta redatta da Billboard dove il suo nome, in mezzo a diversi altri, è stato fatto dal titolare di una agenzia che si occupa di promozione degli artisti, con mezzi al limite e spesso oltre il lecito, eticamente parlando.
Si è parlato di “click farm”, luoghi fisici dove centinaia di cellulari generano account a ripetizione per moltiplicare i dati dello streaming, della creazione di “bot”, persone inventate che commentano entusiaste le esibizioni su Youtube e sui social, e addirittura figuranti a pagamento che creano assembramenti nei concerti.
L’artista non ha colpe, ma queste situazioni (sottovalutate o tranquillamente ignorate da pubblico e stampa) ci fanno riflettere sulle condizioni e sul clima tossico che fa nascere alcuni progetti musicali, mancanti di equilibrio e centratura perchè più finalizzati all’invasione dell playlist editoriali più che alla loro intrinseca qualità e identità.
La musica è anche arte, Justin in fondo lo sa arrivando da una lunga gavetta, per questo la sua sofferenza, l’ossessione di essere riconosciuto immeritatamente come grande artista non ci lasciano indifferenti, e al netto di tutto facciamo ancora il tifo per lui.
Crediti foto: Renell Medrano
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Nato nel 1974, conduttore radiofonico e giornalista pubblicista dal 2012, ha mosso i primi passi a metà anni ’90 con un’esperienza formativa di Servizio Civile e Factotum ad Oasi Radio Bologna. Dal 2000 collabora con Radio Budrio, prima con trasmissioni in diretta, poi con rubriche e podcast. Dal 2013 su Iltitolo.it e TitoloTv tratta l’argomento musicale usando un linguaggio più semplice possibile con l’obiettivo di creare curiosità in chiunque, perché la musica per lui è uno strumento di crescita culturale.



