Un itinerario che ripercorre la nascita dell’arte urbana e il suo impatto culturale internazionale.
Lasciare un segno è un gesto primordiale, un impulso che accompagna l’essere umano fin dalle sue prime manifestazioni. È da questa intuizione che prende forma Giotto era il nonno di Banksy. Siamo al mondo per lasciare un segno, la grande mostra ospitata al Mo.C.A. – Montecatini Terme Contemporary Art dal 29 giugno 2026 al 2 maggio 2027. Curata da Bruno Ialuna e promossa da Mare Laboratorio di innovazione sociale, con il patrocinio della Provincia di Pistoia e della Regione Toscana, l’esposizione propone una ricognizione ampia e sorprendente sull’arte urbana, dalle sue radici preistoriche alle voci più influenti della scena internazionale.
Il percorso espositivo si apre con una premessa chiara: l’arte pubblica non è un’invenzione moderna, ma un bisogno antico quanto l’uomo. Dalle pitture rupestri alle incisioni della Val Camonica, dai graffiti di Pompei alle scritte che oggi popolano le metropoli globali, il desiderio di lasciare tracce nello spazio condiviso attraversa epoche e civiltà, trasformando i muri in superfici narrative.
Il titolo della mostra suggerisce un legame ideale tra due figure lontane nel tempo ma vicine nell’intento: se Banksy è oggi il simbolo della street art contemporanea, Giotto fu tra i primi a intuire la potenza comunicativa dell’immagine pubblica, capace di parlare a tutti e di trasformare lo spazio in racconto collettivo.
Organizzata in sezioni tematiche, la mostra costruisce ambienti narrativi che restituiscono atmosfere, contesti e trasformazioni del linguaggio urbano. Il cuore del percorso è dedicato alla nascita del writing nella New York degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con testimonianze dei pionieri TAKI 183, Jec*, Sjk 171, Mike 171, Riff170, Snake1, Stay High149, Coco144, fino a figure iconiche come Quik, Iz The Wiz, Lady Pink, Toxic, Delta2, Sar e Zephyr. Una scenografia immersiva firmata dal Maestro della cartapesta Jacopo Allegrucci ricrea l’impatto visivo della metropolitana newyorkese, restituendo al visitatore l’energia originaria di quella rivoluzione estetica.
Il racconto si allarga poi alla dimensione internazionale del fenomeno, con artisti che dal secondo dopoguerra hanno sviluppato linguaggi urbani in contesti diversi: da Cornbread a Blek Le Rat, da Harald Naegeli a Hector Carrasco, fino a Mick La Rock, in un dialogo che attraversa Philadelphia, Parigi, Zurigo, Santiago del Cile e Amsterdam.
Un focus specifico è dedicato alla scena di Bristol, con figure come Robert Del Naja e Nick Walker, fino all’affermazione di Banksy, che ha ridefinito la percezione pubblica della street art in Europa.
Una sezione centrale ripercorre il passaggio cruciale degli anni Ottanta, quando l’arte urbana entra nei circuiti istituzionali, conquistando gallerie e musei. Opere, fotografie, materiali rari e documenti originali testimoniano la nascita della Graffiti Hall Of Fame di Harlem e della storica 51X Gallery di St Marks Place.
La mostra esplora inoltre le connessioni tra arte urbana, musica e cinema, con riferimenti ai film cult Wild Style e Style Wars, e materiali legati alla cultura hip hop: vinili, fotografie e testimonianze d’epoca che restituiscono la vitalità di un movimento culturale globale.
Il percorso si conclude con la scena italiana, dai pionieri degli anni Ottanta agli artisti contemporanei più riconosciuti a livello internazionale: Flycat, Francesco Garbelli, Alice Pasquini, Maupal, Diavù, Blub, affiancati da presenze internazionali provenienti dai cinque continenti.
Giotto era il nonno di Banksy si presenta così come una grande ricognizione storica e, al tempo stesso, come una riflessione sul rapporto tra individuo e spazio pubblico, tra espressione personale e dimensione collettiva. Un invito a riconoscere nell’arte urbana non solo un gesto estetico, ma una forma di memoria condivisa che attraversa il tempo.



