L’opera del compositore toscano rinasce in una coproduzione affidata a un giovane e promettente direttore d’orchestra e ad un regista d’opera di fama consolidata. Sul palco si respira l’atmosfera originaria.
La Bohème presentata al Teatro Comunale “Mario Del Monaco” di Treviso il 2 ottobre scorso, coprodotta da Fondazione Teatro Comunale di Bolzano, Teatro dell’Aquila di Fermo, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara in collaborazione con Regione Veneto e Bellussi Valdobbiadene è stata diretta da Ivan Stefanutti e dal Direttore d’orchestra Francesco Lanzillotta. I due direttori nella loro realizzazione si sono accostati al testo originale con la giusta attenzione per comprenderne meccanismi, significati intrinsechi, ma soprattutto lo spirito.
Il libretto originale, infatti, scritto da Luigi Illica e Giuseppe Giacosa e musicato da Giacomo Puccini è un opera immortale soprattutto per l’atmosfera che si respira in scena. Ambientata a Parigi negli anni Trenta dell’Ottocento vede protagonisti quattro ragazzi, pensatori e intellettuali, dall’animo vitale, ma affossati da una vita scevra di stimoli. Nonostante ciò, non perdono la loro vena avventuriera e giovanile che gli permette di sopravvivere.
La messa in scena di Stefanutti si incardina sulla volontà di rappresentazione di questo loro essere a partire proprio dalle scene, create dallo stesso regista. Impressionano per la grandiosità di realizzazione e per la ricerca dei particolari che le rendono reali e vere. Cambiano ad ogni quadro in cui si suddivide l’opera e ogni volta mantengono intatta la cromia virata sul grigio, utilizzata per sottolineare l’apatia, la mancata ispirazione creativa che ammorba i quattro giovani.
Anche le luci si accordano su questo tema, per cui appaiono soffuse e fioche, ma subito vibranti e accese quando arriva la fiammella in grado di scaldare il cuore di due protagonisti, quelli maggiormente sofferenti della mancanza di ispirazione, il poeta Rodolfo, il tenore Matteo Lippi, e il pittore Marcello, il baritono Byong Ick Cho. I loro animi si riaccendono quando incontrano ripetitivamente Mimi, il soprano Nozuko Teto, e Musetta, l’altro soprano Ruzan Mantashyan.
Le due donne incarnano la scintilla in grado di riaccendere la passione e l’animo dei due giovani, seppur insieme vivano due storie d’amore travagliate, in cui nemmeno l’amore basta per sostenerle ed evitare il finale tragico. La potenza del tenore Rodolfo e del baritono Marcello, si accordano armoniosamente e musicalmente con la delicatezza del soprano Mimì e di Musetta, proprio come Puccini pensò.
In particolare tra le arie eseguite dai quattro cantanti, una primeggia per esecuzione. Si tratta del valzer “Quando men vo’” interpretato da Musetta in cui il soprano armeno Mantashyan esprime teatralmente con rigorosa immedesimazione nel personaggio la delicatezza e la civetteria della ragazza, intenta a ingelosire l’innamorato Marcello. Il pubblico rimane affascinato nell’osservare in che modo la donna riesca a catturare l’attenzione del giovane pittore con movimenti e corse sul palco studiati con attenzione. Questa scena, infatti, è inserita nel secondo quadro ambientato al caffè di Momus in cui alla vigilia di Natale si ritrova buona parte del popolo parigino.
In mezzo alla gente, alle fanfare, ai bambini che rincorrono il venditore ambulante di giocattoli Parpignol, il tenore Marco Gasperi, sono presenti anche i protagonisti dell’opera. Rodolfo è con Mimì seguito da Colline, Francesco Milanese e da Schaunar, Paolo Ingrasciotta, oltre che da Marcello. Il palco, quindi, si accende e le luci appaiono brillanti, come gli animi dei ragazzi rinvigoriti dall’amore.
Nonostante la presenza di molte comparse, questa scena non appare né confusionaria, né caotica. La musica diretta dal M° Lanzillotta detta i ritmi delle singole azioni e l’occhio dello spettatore segue con l’adeguata attenzione le dinamiche d’amore in una cornice vitale e pulsante, esattamente come l’aveva pensata nei suoi bozzetti Aldolfo Hohenstein, scenografo della prima Bohème.
In ciò risiede il valore e l’originalità de La Bohème proposta al teatro di Treviso. I due direttori hanno studiato la loro esecuzione con rispetto e attenzione al lavoro di Illica e Puccini, senza troppi stravolgimenti, ma proiettando il pubblico esattamente in quell’universo musicale e narrativo pensato dai due Maestri. Il teatro per una sera è nella Parigi del 1830.
Foto: Fotopiccinni – Treviso


