Interpol, New York e il peso del tempo

Interpol, New York e il peso del tempo

“This Mirror Weighs a Ton” è un oscuro, intenso e introspettivo ritorno “a casa” per la band statunitense.


Per ogni progetto artistico il concetto del viaggio è necessario, così come l’introspezione ha sempre aiutato l’ispirazione, nel tempo però le emozioni e le esperienze accumulate possono rappresentare un fardello a volte difficile da sopportare e può essere necessario resettare tutto e tornare alle origini.

Questo è lo spirito guida di “This Mirror Weighs a Ton”, ottavo album in studio per gli Interpol, prodotto da Andrew Wyatt e mixato dallo storico ingegnere del suono Dave Fridmann. Il disco segna anche un ritorno logistico fondamentale: le sessioni di registrazione si sono svolte interamente a New York, la città natale della band, evento che non si verificava da oltre un decennio per il trio composto da Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino.

Questo “ritorno a casa” è la chiave di lettura di un album realizzato da un band in attività da quasi trent’anni, un lavoro lontano dalle loro pietre miliari “Turn On the Bright Lights” (2002) e “Antics” (2004) ma che cerca di attualizzarne lo spirito, in maniera più oscura e complessa.

Il brano d’apertura “This Mirror Weighs a Ton” prepara il terreno raccontandoci il declino fisico e psicologico dell’età adulta su un’inedita base trip hop fumosa, l’altra faccia della medaglia è la successiva, elettrica, “See out loud”, che fa riferimento all’incomunicabilità di oggi.

Gli Interpol sono quelli di sempre ma la loro musica è più dimessa, da rilascio lento, fatta per conquistarci dopo diversi ascolti. Coinvolge il trittico formato da “Iron City”, omaggio a una New York preda della gentrificazione, il reggae dub di “Wounded Soldier” dedicato ai fallimenti sentimentali, e la cupa ed elettronica “Wings On Fire”.

L’intensità si mischia a qualche sbadiglio, non impressiona l’esperimento bossanova “So Rides the Reindeer”, si va sul sicuro con le ballate arricchite da archi “Darling Thoughts” ed “Enemy”, mentre “Wake Up” all’inizio ci fa sussultare con un ritmo disco punk anche se poi tutto si ferma un po’ lì.

L’album termina con la magnetica “Sudden” che culmina in un mantra dove la parola “Acceptance” (Accettazione) chiude il sipario su un album che ragiona per sottrazione, senza grandi picchi e che privilegia tempi dilatati, atmosfere rarefatte e temi esistenziali.

Lo specchio non mente, il trio newyorkese sceglie la strada della sincerità, quella più difficile, per un album che conferma, anche nei difetti, la loro solidità artistica.

Crediti fotografici: Eliot Lee Hazel

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