“L’improbabile piena dell’Oreto” è un viaggio alla ricerca dell’autenticità, tra ricordi del passato e cruda cronaca.
È ancora possibile emozionarsi a una certa età? Quanto possiamo sporcarci e inquinarci nel nostro percorso di vita ma poi riuscire a purificarci nonostante tutto?
Dimartino torna, dopo cinque anni di felice collaborazione artistica con l’amico Colapesce e a sette dal precedente “Afrodite”, con le idee chiare, il cuore pieno e una sensibilità rara da mettere al servizio delle canzoni.
Il fiume Oreto è un luogo emblematico di Palermo, perchè rappresenta la spietata speculazione edilizia in atto dal dopoguerra ai giorni nostri, che ha trasformato il suo letto in un “non luogo”, un’incompiuta, una metafora dell’immobilismo economico siciliano, perchè riempito di detriti dai cantieri fino a seccarlo e impedirgli di raggiungere il mare.
La sua “piena” diventa così un’improbabile ma salvifica metafora esistenziale: la possibilità per un uomo adulto (sommerso da disillusioni e routine) di straripare ancora a livello emotivo.
Curato insieme a Roberto Cammarata, il disco unisce la tradizione del cantautorato italiano, l’attitudine folk, e qualche accenno di elettronica minimale.
“L’oro del fiume” apre l’album con un elegante arpeggio di chitarra raccontando la figura di un cercatore che insegue invano il valore delle piccole cose autentiche, nascoste tra i detriti.
“Contemplare il cielo attraverso le dita” ci immerge pienamente nello spirito del disco, dove si cerca un filtro per elaborare un presente complesso e accecante, rimpiangendo l’innocenza dei tempi perduti.
Il brano confluisce non a caso nella nostalgica e intensa “Meravigliosa incoscienza” e in una “Maredolce” che, facendo riferimento al castello situato nel quartiere Brancaccio di Palermo, racconta di quando per riflettere ci si chiude una saggia e consapevole solitudine.
Si cerca il mare in “Agua, ¿dónde vas?”, traduzione della poesia di Federico García Lorca, ma il vero colpo al cuore arriva con “Gusci vuoti”, un crudo bilancio generazionale che scava senza sconti nei nostri fallimenti, nel nostro desiderio di ricostruzione e riscatto.
Il primo strumentale “Petricore” prende il nome dal tipico profumo della pioggia che bagna la terra arsa dalla siccità, il secondo “Conrad” è un omaggio all’omonimo scrittore, autore cardine della letteratura di viaggio fluviale e marittima.
Da entrambi si capisce quanto nel disco la musica sia importante quanto le parole, di come tutto sia collegato come fosse un unico lungo brano. “Fluire degli argini” e la conclusiva “Storia della mia rabbia” raccontano di quando finalmente arriva a compimento la nostra liberazione e abbandoniamo le nostre sovrastrutture razionali cedendo alle emozioni, che siano positive o negative.
Arrivano finalmente la gioia, la commozione, la rabbia non intesa come impulso distruttivo ma come motore creativo che supera anche l’inevitabile dolore che la vita ci riserva. “L’improbabile piena dell’Oreto” diventa quindi realtà e si arriva inaspettatamente al mare, nel frattempo abbiamo ascoltato uno dei dischi italiani più autentici e ispirati in questo 2026. Tanto di cappello.
Crediti foto: Giuseppe Lanno
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Nato nel 1974, conduttore radiofonico e giornalista pubblicista dal 2012, ha mosso i primi passi a metà anni ’90 con un’esperienza formativa di Servizio Civile e Factotum ad Oasi Radio Bologna. Dal 2000 collabora con Radio Budrio, prima con trasmissioni in diretta, poi con rubriche e podcast. Dal 2013 su Iltitolo.it e TitoloTv tratta l’argomento musicale usando un linguaggio più semplice possibile con l’obiettivo di creare curiosità in chiunque, perché la musica per lui è uno strumento di crescita culturale.



