Un’analisi dei dati e delle abitudini che mantengono vivo un rito rischioso e controverso.
Ogni primo gennaio l’Italia si risveglia tra due suoni opposti: il silenzio sospeso delle strade ancora deserte e il brusio delle prime notizie dagli ospedali. È un rituale che si ripete, quasi immutabile, e che rivela molto del nostro rapporto con la festa, il rischio e la tradizione. Anche il Capodanno 2025 non fa eccezione.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, i feriti causati dai botti sono stati 309. Una cifra che conferma una tendenza ormai chiara: il fenomeno non scompare, ma cambia forma. Diminuiscono gli incidenti più gravi, mentre aumentano quelli legati all’uso improprio di prodotti illegali o artigianali, spesso acquistati fuori dai canali autorizzati. Tra i feriti, una quota rilevante riguarda minori, segnale evidente di quanto la cultura della prevenzione fatichi ancora a radicarsi.
Il quadro internazionale non offre maggiori rassicurazioni. In Germania si registrano “centinaia di feriti” e cinque vittime, mentre alle Hawaii gli incidenti legati ai fuochi d’artificio coinvolgono 110 persone. Numeri frammentari, difficili da ricondurre a un’unica lettura globale, ma sufficienti a delineare una costante: la notte di San Silvestro resta, in molte parti del mondo, un territorio di rischio sottovalutato.
Eppure, ogni anno, il dibattito si ripresenta identico. Da un lato chi chiede divieti più severi, dall’altro chi difende i botti come un patrimonio culturale da preservare. Nel mezzo, le città che sperimentano ordinanze temporanee, campagne di sensibilizzazione e appelli al buon senso. Strumenti utili, ma raramente risolutivi.
La verità è che i botti non sono solo un’abitudine: sono un linguaggio. Un modo di segnare il passaggio, di esorcizzare la paura del tempo che avanza, di affermare — spesso ingenuamente — un’idea di festa fatta di rumore e luce. Cambiare questo linguaggio richiede più di una norma: richiede un immaginario alternativo.
Forse la domanda non è quanti feriti ci siano stati quest’anno, ma perché continuiamo ad accettare che ce ne siano. Perché un gesto pensato per celebrare un inizio porta con sé, puntualmente, la cronaca della fine di qualcosa: un dito, un occhio, talvolta una vita.
Il 2025 non fa eccezione. Ma potrebbe essere l’ultimo anno in cui raccontiamo questa storia allo stesso modo, se decidessimo davvero di riscriverla.
Crediti fotografici Sofia Pescarin



