Bologna, il Gremlin di fuoco rinnova il rito bolognese

Bologna, il Gremlin di fuoco e l’antico rito bolognese

Un’opera simbolica accende la notte di San Silvestro trasformando Piazza Maggiore in un racconto collettivo.


Il 31 dicembre a Bologna si è tenuto il tradizionale Rogo del Vecchione: allo scoccare della mezzanotte, in Piazza Maggiore, il falò ha salutato l’anno appena concluso con uno dei riti civili più riconoscibili della città, capace di unire spettacolo, simbolo e memoria collettiva.

A bruciare, quest’anno, è stato un “Vecchione” d’artista: il “Gremlin oviparo”, ideato da DEM (Marco Barbieri), artista che lavora tra installazioni, interventi nello spazio pubblico e wall painting.

Il fantoccio è stato pensato come un contenitore simbolico: assorbire la negatività collettiva che ciascuno proietta sul “vecchio anno” e consegnarla al fuoco purificatore. Il significato della figura scelta è esplicito.

Il “gremlin” rimanda alle creature del folklore aeronautico della Seconda guerra mondiale, a cui i piloti attribuivano guasti e malfunzionamenti misteriosi; in questa versione diventa metafora del male che alimenta i conflitti contemporanei e della negatività che circola nel presente.

L’elemento “oviparo” – con un uovo rosso custodito al centro dell’opera, un male “in gestazione”, richiama una responsabilità individuale: per contrastare il male che vediamo nel mondo, dobbiamo prima confrontarci con quello che ciascuno porta dentro di sé.

Sulla nascita della tradizione bolognese, il racconto cittadino la colloca tra il 1920 e il 1923, a cura della “Società del Duttour Balanzon”, una congrega di buontemponi che dalla fine del ‘700 si occupava delle tradizionali feste pubbliche a Bologna.

La congrega si occupò di organizzare dunque questi primi roghi di fantocci di legno e cartapesta che rappresentavano uomini vecchi, talvolta seduti su una sedia. Fu un periodo in cui “si doveva dimenticare molto”. Il momento storico era difficile: una città attraversata da fratture profonde e dalla necessità di voltare pagina, infatti, Bologna fu teatro di eventi drammatici, in particolare la Strage di Palazzo d’Accursio (21 novembre 1920), un violento scontro tra fascisti e socialisti che segnò un momento cruciale nell’ascesa del fascismo. (fonte: https://www.culturabologna.it/documents/gli-anni-venti – Archivio Biblioteca Archiginnasio).

Nel tempo il rito si è evoluto fino a trasformarsi, a partire dal 2000, in una vera commissione di arte pubblica, i fantocci non hanno più rappresentato soltanto il classico Vecchione, ma sono stati affidati ad artisti chiamati, di anno in anno, a individuare una figura capace di raccontare metaforicamente l’anno passato. (archivio di foto dei precedenti Vecchioni).

In realtà, la pratica del grande falò è molto più antica e diffusa in molte regioni italiane. Nel Nord, in particolare, esiste la tradizione del rogo del vecchio o della vecchia, celebrata spesso il 5 gennaio, con risvolti apotropaici e magici: dalla direzione del fumo si traevano presagi sul raccolto dell’anno successivo, e in genere le direzioni est e sud erano considerate favorevoli. Un gesto che, con ogni probabilità, affonda le radici in pratiche agrarie precristiane legate al ciclo delle stagioni.

In ogni caso, l’edizione di quest’anno a Bologna è stata un successo: una grande attesa collettiva a tempo di musica e un falò che ha confermato la forza di un rito che continua a parlare al presente. E, come vuole la tradizione, anche il “segno” non è mancato: il fumo si è alzato deciso e ha preso direzione sud-est, un auspicio che – secondo l’antica lettura popolare – lascia ben sperare per l’anno appena iniziato, essendo segno di ricchi raccolti.

Crediti fotografici e video Sofia Pescarin