Beth Orton, l'anima nella musica

Beth Orton, l’anima nella musica

“The Ground Above” è un’opera viscerale di forte impatto emotivo e valore catartico, che va oltre ad ogni aspetto tecnico e musicale.


Quante volte gli artisti hanno il coraggio di mettersi in discussione dopo oltre 30 anni di carriera? Capita raramente, perchè la paura di tradire il proprio pubblico, di andare oltre ai propri clichè, è spesso un deterrente per il cambiamento.

Beth Orton ha legato il suo nome, soprattutto negli anni ’90, a un genere definito “folktronic”, tra elettronica e tradizione, alla sua amicizia e collaborazione con William Orbit (importante produttore già al lavoro con Madonna e i Blur) e ad album come “Trailer Park” e “Central Reservation”.

Di questa artista, sia vocalmente che a livello di influenze musicali, è rimasto qualcosa ma la strada intrapresa, soprattutto negli ultimi anni, è molto diversa, in questo caso possiamo dire “per fortuna”.

A fare da spartiacque alla sua carriera sono stati il periodo del Covid, la conseguente solitudine, i lutti subiti, una nuova introspezione e sopratutto un vecchio pianoforte usato comprato al celebre mercato di Camden a Londra a soddisfare il suo bisogno di esprimersi nella maniera più semplice, viscerale e artigianale possibile.

Con questo nuovo approccio casalingo e solitario nel 2022 Beth ha inciso l’intimo “Weather Alive” e ora aumenta l’intensità con un disco registrato in presa diretta che si avvicina ancora di più, nell’approccio, a un mondo tra jazz e cantautorato, con la sua voce sempre più matura, cavernosa e il coinvolgimento di ottimi musicisti come Sam Beste (Amy Winehouse, Vernon Spring), Mike Skinner (The Smile) e Chris Vatalaro (Radiohead)

E’ proprio la canzone “The Ground Above”, posta in apertura del progetto, a parlarci chiaro: non c’è nessuna fretta di chiudere i brani che risultano lunghi, catartici ma per nulla pesanti, anzi, ogni secondo sembra necessario, a ricordarci che le emozioni non possono essere frenate da un algoritmo.

Il concetto di “terreno sovrastante” rovescia metaforicamente tutto ciò che nella vita ci opprime, dal dolore per la perdita di persone care alle convenzioni sociali, come se tutto diventasse una superficie per imparare prima a camminare e poi a danzare.

La frase chiave “I’m invincible as grief” (sono invincibile come il dolore) racchiude il concetto dell’intero album dove la condivisione con gli altri, il potere salvifico di una musica che vola sempre alto, riescono a riscattare la negatività trasformandola in magia.

In “Cigarette Curls” il tempo rallenta esplorando piccoli silenzi e imperfezioni di una voce talvolta rotta e sempre intensa, l’influenza del cantautorato alla Carole KIng si percepisce in “Waiting” che descrive il tentativo cosciente di uscire da un circuito chiuso di ansia e paura,

Il monologo interiore che attraversa il disco passa per i ricordi di gioventù in “Before I Knew”, il lutto e il distacco di “Celestial Light” e “I’ll Miss You” senza lasciare spazio a melodrammi ma mettendosi dalla parte dell’osservatrice laica e analitica.

“Otherside” chiude l’album con fiati e influenze gospel, una struttura circolare e un po’ di luce che finalmente filtra dopo tanta oscurità. La frase “I am alive, I am still here” chiude il cerchio concettuale del disco, aprendo idealmente ad una nuova fase finalmente libera dalla sofferenza.

“The Ground Above” è un album semplice e complesso allo stesso tempo, un lavoro profondo ma che può essere apprezzato universalmente per la sua forza urgente del raccontare, per il mio modesto parere una delle sorprese più piacevoli dell’anno. L’artista arriverà anche in Italia il 31 luglio al Lilith Festival di Genova, presso Villa Durazzo Bombrini.

Crediti fotografici: Kasia Wozniak

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