“Petal” affronta il controverso rapporto tra pubblico e artista in un momento di pausa dalle scene per la popstar statunitense.
Ci sono album in ogni carriera che segnano cambiamenti, momenti di transizione o di riflessione. “Petal”, ottavo capitolo in carriera, rappresenta per Ariana Grande un modo per smettere i panni della pop star, togliersi qualche sassolino dalle scarpe e provare a crescere artisticamente, prendendo spunto da quello che le sta succedendo.
Ariana ha deciso di allontanarsi, per un po’, dagli eventi pubblici e da un continuo e incessante giudizio da parte degli altri, soprattutto sui social, dove negli ultimi anni il suo dimagrimento è stato messo al centro di speculazioni, critiche gratuite e commenti non richiesti.
Lei stessa, già nel 2023, ci aveva tenuto a spiegare: “Il corpo a cui paragonate la mia immagine oggi era la versione meno sana di me. Prendevo antidepressivi, bevevo, mangiavo in modo sbagliato. Ero nel momento peggiore della mia vita: vi sembravo in salute ma era tutto tranne che sana”.
Co-scritto e co-prodotto principalmente con Ilya Salmanzadeh e con il contributo mirato di Max Martin, “Petal” abbandona le grandi aperture vocali e le provocazioni da spettacolo scegliendo la via di una rabbia controllata, un’estetica minimale e sonorità d’atmosfera.
Il disco si apre bene con “Kiss me”, brano pop orecchiabile sorretto da synth e batterie elettroniche, apripista per “Hate that i made you love me”, singolo di lancio e centro tematico del disco, con un testo tagliente che tratta la dipendenza affettiva del pubblico nei suoi confronti, con un arrangiamento minimale semiacustico e una melodia azzeccata.
Le successive “Like i do” e “Petal” continuano l’ideale concept del disco raccontando in salsa pop cupa il tema dell’intrusione della stampa scandalistica nella vita privata. Fin qui il disco segue un concept coeso e potente, ma il messaggio è destinato ad affievolirsi e affondare nel generico dalle successive tracce lasciandoci una sensazione di incompiutezza nonostante non manchi qualche pezzo azzeccato.
A richiamare la Ariana più pop è l’accattivante “Stay” che affronta la paura di esporsi in una nuova relazione, oltre alla frizzante, ipnotica ed elettronica “Freak” con armonie vocali curate e stratificate.
“Bad thing (bunny hop)” è una curiosa incursione nel pop rock adolescenziale contemporaneo con un testo disilluso, a seguire chiude il disco “Nowhere, nobody”, ballata tenera ed essenziale all’insegna dell’accettazione della complessità emotiva e dei propri limiti.
“Petal” è il capitolo liricamente più compiuto di Ariana Grande, dove lei prova a raccontare i suoi ultimi tribolati anni dando anche un messaggio positivo sul finale, e anche musicalmente prova ad essere più adulta con soluzioni elettroniche cupe, synth anni ’80 e bassi distorti.
Per Ariana la fase creativa dell’album è partita da un sentimento di “rabbia non filtrata”, un’emozione che in passato aveva sempre edulcorato o evitato perchè la riteneva inadatta al proprio ruolo.
Nella sostanza però c’è la tendenza a levigare troppo la sostanza, traducendo la rabbia in concetti astratti e sfocati, lasciando l’ascoltatore distante dalla reale urgenza emotiva, chiudendo poi il disco con un vago concetto di “gratitudine” che non coinvolge fino in fondo.
Nonostante qualche buon brano, l’impressione è che si possa fare meglio, ci rimane un album che rappresenta più una transizione che una nuova consapevolezza.
Crediti fotografici: Katia Temkin, Jordan Tiberio
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Nato nel 1974, conduttore radiofonico e giornalista pubblicista dal 2012, ha mosso i primi passi a metà anni ’90 con un’esperienza formativa di Servizio Civile e Factotum ad Oasi Radio Bologna. Dal 2000 collabora con Radio Budrio, prima con trasmissioni in diretta, poi con rubriche e podcast. Dal 2013 su Iltitolo.it e TitoloTv tratta l’argomento musicale usando un linguaggio più semplice possibile con l’obiettivo di creare curiosità in chiunque, perché la musica per lui è uno strumento di crescita culturale.



