La musica contemporanea proposta nell’ambito del Festival veneziano cerca nuovi indirizzi e nuovi modi di esecuzioni, dettati dalla volontà di affascinare chi ascolta.
Nell’ottica di proposizione di un’altra voce di espressione della musica contemporanea voluta da Ivan Fedele, direttore del 57. Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, le composizioni eseguite dai Kairos Quartet hanno perfettamente risposto a queste esigenze.
Il quartetto d’archi composto da Wolfang Bender al violino, Stafan Haüssler al violino, Simone Heilgendorff alla viola e Claudius von Wrochem al violoncello lo scorso 7 ottobre hanno eseguito cinque composizioni accomunate dalla brevità, dal suono istantaneo e da un tessuto musicale in grado di essere armonioso, seppur frammentato, ed emozionante.
“Danza di Hagoromo” ossia Quartetto d’archi n°2 di Marino Baratello del 2011 si è ispirato alle sonorità giapponesi che il musicista ha ascoltato nella sua permanenza in Giappone per alcune direzioni all’inizio del 2000. Ne ha riproposto la ricerca timbrico-ritmica attraverso un modo di utilizzare voci e strumenti a corda in maniera istantanea, breve, d’impulso. L’atmosfera del Giappone è emersa all’interno di un intreccio con altri suoni.
Allo stesso modo Michele dell’Ongaro in Quartetto n°6 del 2011-2012 ha proposto un reticolo di suoni continuamente interrotto da elementi musicali prodotti sempre dagli stessi musicisti. In questo modo la composizione si è mutata in altro, in un’altra dimensione musicale nuova in cui l’apparente armonia si svolgeva, negandosi. Ciò è accaduto anche in De arte respirandi del 2010 composta da David Robert Rusconi.
Nel brano il tessuto musicale è stato estremizzato, dilatato, compresso, stimolato da altri suoni; era un respiro lungo e profondo in cui la musica nasceva, si sviluppava e si concludeva, trasportando quasi il pubblico in un tempo non umano e in uno spazio altro rispetto a quello fisico.
Questa trasposizione è avvenuta grazie alla capacità della musica di condurre chi ascolta in altri contesti e si è accentuata negli ultimi due brani proposti dai Kairos Quartet.
L’ XI Raps di Gianpaolo Coral per quartetto d’archi del 1989 è una composizione che appartiene alla ricerca del compositore detta “logoclonica” in riferimento al disturbo del linguaggio consistente nel ripetere le ultime sillabe delle parole. Sembra quasi che Coral abbia aperto sé stesso al pubblico, conducendolo nel suo subconscio, frammentato in piccoli suoni, distinti per malinconia, cupezza e una vena di teatralità.
Proprio come quello di Georg Friedrich Haas. Nel 1998 scrisse il Quartetto n° 2 che, come buona parte della sua produzione, sembra articolare e stimolare le emozioni umane in modo tale da sentirle proprie, vere attraverso l’evocazioni di atmosfere proprie, intime e personali. Chi ha ascoltato l’esecuzione veneziana, si è immerso nell’animo di Haas attraverso una trama musicale virtuosa a cui, inconsciamente, si è lasciato trasportare.
I Kairos Quartet, dunque, si distinguono per essere interpreti misurati e attenti ai significati e risvolti dei pezzi che stanno eseguendo. Hanno proposto cinque scritture musicali accomunate da una capacità empatica molto forte che nasce da quella volontà di proporre un nuovo suono, una nuova direzione alla musica, cercata dall’ultima Biennale di Musica.
Nelle foto dall’alto: Michele Dall’Ongaro e Giampaolo Coral



