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Venerdì 21 aprile ore 17 con Fabio Canessa, Gordiano Lupi e Patrizio Avella presso la Libreria Coop Piombino.


Pasta e CinemaUn pranzo di gala servito da due chef stellati: l'uno dirige da gran regista una sceneggiatura ricca e ben oliata della storia della pasta, accompagnandola con piatti succulenti, l’altro prepara ricette genuine di cinefilia militante, guidandoci alla scoperta di leccornie più o meno conosciute del cinema nostrano. Entrambi, alternandosi e integrandosi a vicenda, con reciproche e illuminanti incursioni nel campo del partner, contribuiscono a comporre un profilo dell'identità italiana, nutrita parimenti dalle ghiottonerie materiali del cibo e dai sogni dell’immaginario filmico (già coniugati nell’etichetta degli spaghetti western e nel titolo di uno dei maggiori film di Scola: Maccheroni).

Il corto circuito tra i due percorsi è efficacemente rappresentato dalla rievocazione di Patrizio Avella dell’entusiasmo provato da due star di Hollywood come Douglas Fairbanks e Mary Pickford per il piatto di fettuccine che mangiarono al ristorante da Alfredo in via della Scrofa (potenza della toponomastica!) a Roma durante il loro viaggio di nozze, al punto da voler regalare all'oste due posate d'oro con dedica. A questo episodio Gordiano Lupi risponde innalzando a vessillo dell'italianità i celeberrimi maccheroni di Alberto Sordi, le cui smanie di americanofilo sfegatato svaniscono però alla comparsa della pasta di mamma.

Segue una carrellata vertiginosa di paste su pellicola made in Italy: dalla cena sexy dell'ingiustamente dimenticato Un bellissimo novembre di Bolognini all'aristocratico pasticcio di pasta tagliato con cura dal Principe di Salina Burt Lancaster nel Gattopardo di Visconti, mentre ai maccheroni tentatori di Un americano a Roma di Steno si contrappongono quelli avvelenati, vomitati dal sottoproletario Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi di Scola (e Manfredi inghiottirà anche gli spaghetti al nero di seppia in La mazzetta di Corbucci, indigesti piatti svizzeri in Pane e cioccolata di Brusati e gli Spaghetti house di Paradisi). Se Avella non dimentica le serie tv, abbinando gli ziti a I Soprano, Lupi celebra il neorealismo delle mondine nelle risaie di Riso amaro di De Santis, per innestare il mito della pasta nella fatica del lavoro che ha caratterizzato l’Italia del dopoguerra.

Perché il cinema ha saputo trasfigurare i morsi della fame in salsa agrodolce e immortalarli in sequenze emblematiche come quella di Miseria e nobiltà di Mattoli, dove l’ingordo Totò si riempie le tasche di spaghetti. Pasta e cinema vanno a braccetto per tutte le pagine di questo libro, tra gustose illustrazioni e locandine d’epoca, a garantire un menu abbondante e sopraffino, che sfaccetta le varie intersezioni dei due mondi: così per la pasta l’abbinamento con il film risulta felice quanto quello con il parmigiano, connubio di cui Avella rintraccia l’origine nel Decameron di Boccaccio. Se Avella fa sfilare Dante e Garibaldi, Federico II e Lucrezia Borgia, Prezzolini e Flaiano, Marconi e Bellini (gli spaghetti alla Norma), Lupi contrattacca con Marco Polo, Giuseppe Berto e Pier Paolo Pasolini, Ercole Patti e Tomasi di Lampedusa. Mentre il gastronomo snocciola con un’affabulazione accattivante il percorso diacronico della pasta, scovando le etimologie e inanellando la cronologia storica, il cinefilo mette in evidenza la sincronia dell’associazione con il sesso, sottolineando quante volte il cinema abbia condito il cibo di erotismo.

Tra le righe, Lupi regola i conti anche con la miopia dei critici (troppo spesso approssimativi e disinformati, talvolta in mala fede, di frequente cialtroni), rivalutando giustamente lo struggente Anonimo veneziano, cogliendo finemente le tracce di Pascoli e De Amicis nel melò pasoliniano Mamma Roma e scovando nel Sordi crepuscolare di Incontri proibiti la citazione del piatto di maccheroni del giovanile Nando Moriconi. L'abilità dei due cuochi si misura nel cucinare i loro manicaretti evitando gli stucchevoli accademismi da nouvelle cuisine, i sughi pesanti delle metafore (magari potevano fare un’eccezione per La grande abbuffata di Ferreri e per Lunga vita alla signora di Olmi) e i grassi saturi del fast food. Avella ricorda che le famiglie nobili del Rinascimento “ordinavano ai loro cuochi di realizzare un tipo di pasta che riportasse il loro stemma, con lo scopo di rammentare ai commensali l'importanza della loro famiglia e per riaffermare il proprio dominio sul territorio”. Sul disegno dello stampino di Avella e Lupi, il commensale lettore troverà, su una tavola apparecchiata con gusto e sobrietà, le insegne della passione, della curiosità e della competenza. Buon appetito e buona visione. Fabio Canessa

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