Il neorealismo cinematografico

Il neorealismo cinematografico
4 ottobre 2018

Un passato sempre vivo nell’estetica mondiale.


Il neorealismo è sorto spontaneamente alla fine della seconda guerra mondiale, non può essere considerato ne una corrente ne un movimento, poiché non nasce da un “manifesto”, cioè da dichiarazioni programmatiche sui propri presupposti, intenti e scopi e perché gli autori di maggior spicco che ne sono interpreti denotano ognuno una propria forte e autonoma personalità.

 

Visto retrospettivamente, il neorealismo può, a buona ragione, essere considerato una vera e propria “scuola” per l’influenza che ha avuto su tutti i movimenti successivi degli anni ’50 – ’60, in quasi tutti i paesi del mondo, e di conseguenza su tutto il cinema in generale.

 

Viene definito anche “cinema di fatti”, aldilà delle differenze autoriali, mostra comunque tratti comuni e unificanti in un fondamentale omaggio di solidarietà umana nato dallo spirito antifascista e resistenziale, nell’attenzione specifica agli eventi contemporanei o appena trascorsi, nell’ambientazione popolare di tutte le storie che racconta nella rinuncia ai grandi eroi epici e nella centralità data a personaggi quotidiani con i loro fatti e drammi comuni e anche minimi, nell’uso di ambienti “reali” ( sia esterni che interni ), e non ricostruiti in studio ( e questo non solo e non tanto nel 1945 quando gli studi di Cinecittà non erano disponibili  ma anche come scelta estetica cosciente).

 

Il neorealismo nasce ufficialmente con Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, film centrato sui martiri della lotta partigiana, urbana e la resistenza popolare, girato a Roma mentre era ancora in corso l’occupazione tedesca.

 

Paisà ancora di Rossellini, film ad episodi che ripercorre il viaggio degli alleati dalla Sicilia al Polesine, dove, idealmente guerra alleata e partigiana diventano un motore unico per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista.

 

Considerato il Padre putativo della nuova estetica, Rossellini guarda alla realtà partendo, come altri autori dall’uomo qualunque, ma con una visione spiccatamente cattolica che inserisce ( Germania Anno Zero, 1947; Europa 51), la devastazione fisica e morale procurata dal trauma della guerra nella millenaria lotta dell’uomo comune contro le ragioni della Storia e la sua sofferenza nella  trascendentale e sempre rinnovata attesa della “pietas divina”.

 

L’esperienza della coppia De Sica – Zavattini che, partendo da posizioni di umanesimo laico, nei loro film sviluppano una pessimistica visione della condizione umana, che però non indulge alla disperazione o identifica nella solidarietà la sola e unica condizione dei salvezza. Zavattini, proclamando la necessità di “rendere fatti per quel che sono” con la sua “teoria del pedinamento” è il solo a scrivere di manifesto del neorealismo, sia perché è in gran parte per mezzo degli apprezzamenti critici internazionali guadagnati dai loro film che il neorealismo si fa conoscere all’estero.

 

Film non più centrati su azioni epiche, bensì su dramma del vivere quotidiano come Sciuscià (1946), in cui la dura realtà sociale interrompe e impedisce il sogno di libertà di due ragazzini, e in cui la tradizionale esigenza narrativa di un picco drammatico può essere lasciata cadere e fatta riassorbire dal ritorno ad una dimensione di apparente normalità, come accade in Ladri di Biciclette (1948), storia di un sogno modesto (un lavoro) che si infrange contro il mancato possesso di uno strumento indispensabile per il lavoro (la bici), o come Umberto Di (1952) storia di un pensionato ancora costretto a lottare ogni giorno che, disperato, per un attimo pensa di accelerare il momento ineluttabile del trapasso, ma viene riassorbito dalla vita da un gesto riflesso di attaccamento al proprio cagnolino.

 

Film in cui, appunto, il dramma non è epico, bensì quotidiano, scaturisce dalla mancanza di solidarietà e può essere superato solo con il ricorso alla speranza e, soprattutto, al sogno di poter volare, dalla tristezza del reale, come fanno Totò il Buono ed i suoi barboni, nello splendido finale di Miracolo a Milano (1951).

 

Il neorealismo è oggi universalmente riconosciuto come uno (spartiacque) cruciale nella storia dell’estetica mondiale, un indirizzo estetico che ha cambiato il modo di intendere e fare il cinema.

Commenti