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Dopo i successi sulle piste d'atletica, l'esperienza di dirigente e giornalista sportivo.
Nuovo appuntamento con le interviste che arricchiranno l’e-book “CercolavoroaMilano” che Liber Iter pubblicherà nel mese di dicembre: a parlare questa volta è Stefano Mei, spezzino classe 1963 con un passato vincente sulle piste di atletica – fra i successi più esaltanti l’oro nei 10mila e l’argento nei 5mila agli Europei di Stoccarda nel 1986 e l’argento nei 5mila nella Coppa del Mondo a Canberra nel 1985 – e un presente da giornalista e dirigente sportivo.
Qual è stato il traguardo più appagante che hai tagliato nella tua carriera di atleta?
Ovviamente sembrerebbe semplice dire i Campionati d’Europa, ma in realtà credo sia stata la partecipazione alle Olimpiadi del 1984 e del 1988, soprattutto per le modalità con cui sono arrivate: ero stato escluso dalla squadra e in entrambi i casi nell’ultimo giorno utile centrai il crono minimo. In particolar modo fui contento la prima volta, quando venni escluso per non essermi prestato alle pratiche dell’emotrasfusione in voga in quegli anni per gli atleti italiani di vertice e feci il decimo tempo al mondo dell’anno sui 1500 m.
Cosa ti ha lasciato tutta la tua esperienza di sportivo a livello di soddisfazioni personali?
Oltre alla soddisfazione di aver portato a casa i risultati – pochi o tanti che siano – , mi ha lasciato quella enorme di aver fatto tutto con le mie forze senza bisogno di prendere scorciatoie. Poter contare solo su se stessi senza stratagemmi o aiuti strani e’ una sensazione che ti lascia ottimista.
Cosa, invece, nel metodo e nella forma mentis?
Credo una lezione di vita, che porti avanti e ti aiuta ad uscire da situazioni ingarbugliate.
Perché hai scelto di restare in questo campo come dirigente?
Quando ho smesso di fare l’atleta non potevo fare il master per problemi fisici e non ho mai avuto il fuoco sacro dell’allenatore, ma pensavo di poter dar comunque qualcosa al mio mondo.
Cosa puoi fare dalla tua posizione per lo sviluppo dello sport in Italia?
Come tutti i colleghi eletti in quota atleti si potrebbe far di più, prendendo coscienza del potere che abbiamo e della nostra forza: siamo la nuova linfa e unici che, visto il passato da atleti, sono presi in considerazione dai media; usandolo nel modo giusto, potrebbe dare risultati interessanti.
Parliamo, invece, della tua esperienza di giornalista.
Sono un giornalista sui generis, dato che svolgo un altro lavoro di fatto, ma mi è sempre piaciuto il giornalismo. A detta di Gianni Minà, che mi diede una collaborazione a Tuttosport, scrissi da Atlanta ‘96 dei “pezzi più che dignitosi”: detto da lui…
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