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Una presentazione della 12° edizione in esposizione fino al 21 novembre 2010
I progetti presentati in questa Biennale dimostrano un'evoluzione del concetto di architettura, basata su due idee: l'architettura migliora la vita dell'uomo, risultando più efficace dell'arte.
Può sembrare scontato, ma le persone si incontrano, vivono, comunicano, interagiscono avvolte da una struttura architettonica. Insomma People meet in architecture ovvero il tema della 12° Biennale d'Architettura di Venezia, diretta da Kazuyo Sejima, in esposizione fino al 21 novembre 2010.
La mostra, allestita negli edifici dell'Arsenale, nelle sale del Palazzo delle Esposizioni e nei padiglioni delle 48 partecipazioni nazionali, propone all'uomo progetti architettonici, visioni irreali, astratte, scenari entro cui egli può vivere e sviluppare la sua socialità, comunicare, parlare, dialogare, esprimersi.
L'architettura gli offre lo spazio adeguato per uscire dall'isolamento che la società contemporanea di internet, del lavoro alienante, della casa intesa sempre più come una galera che come un luogo di condivisone, lo costringe a vivere. L'architettura, così penata, diventa lo strumento, utile all'uomo, per esprimere in maniera migliore la sua vita, per riformularla, per calibrarla su valori primari quali la socialità e la condivisione.
Non a caso, quindi, il Leone d'oro è stato assegnato a Reclaim, il progetto del padiglione del Regno del Barhain che conduce l'uomo nel mare. Questo è lo spazio aggregante da vivere e condividere all'interno di semplici e scarne palafitte in legno. L'uomo sperimenta l'esperienza comune, la cooperazione, il lavoro di gruppo che solo il mare può scaturire. Lontano dall'asetticità e dalla poca naturalezza della città egli può riscoprire i valori primari su cui ha fondato la sua esistenza, la sua essenzialità e la vita sociale.
Wang Shu intende il suo studio sugli stessi presupposti del progetto del Regno del Bahrain, ma ne cambia la forma. L'architetto cinese ha realizzato una struttura che può soddisfare il desiderio di comunicazione dell'uomo in ogni luogo e in ogni momento. Amateur Architectura Studio, il nome del lavoro, è un gigantesco igloo in legno facile da costruire, smontare e ricostruire entro cui l'uomo si può rifugiare per isolarsi.
L'architettura, quindi, accompagna l'uomo, pronta a soddisfare i suoi desideri; ciò rappresenta l'elemento d'innovazione che la Biennale 2010 fornisce all'evoluzione di questa arte. Essa si emancipa dall'idea di staticità cui è sempre stata associata, per assumere uno status più dinamico, concettuale.
Una dimostrazione di ciò sono i supporti con cui sono stati realizzati i progetti; ogni forma che crea la socialità è stata utilizzata; ogni pensiero è stato preso in considerazione. I sensi, l'intelletto, il corpo dell'uomo è stato invaso dalle idee di un'architettura più etera, meno tangibile, più di pensiero. Cloundscapes di Transslor KlimaEngineering & Tetsuo Kondo immerge lo spettatore all'interno di una soffice e insapore nuvola che rappresenta uno spazio architettonico, progettato dalla natura, aggregante e unificatore.
The Forty-Part Motet di Janet Cardiff, invece, è un architettura sonora generata da 40 auto parlanti disposti circolarmente in gruppi di cinque che ripropongono una suonata. La musica crea negli uomini, posti all'interno della struttura, una condivisione emotiva e di pensiero.
Balancing Act di Anton Garcia Abril e Ensable Studio, infine, sono due linee strutturali appoggiate l'una sull'altra e bilanciate da una molla gigante che interrompono la prospettiva longitudinale della successione delle sale. Il cammino dello spettatore è, quindi, fermato per creare uno spazio imprevisto, un momento di aggregazione, un luogo entro cui le persone si incontrano per interrogarsi e per comunicare.
Il lavoro effettuato dalla direttrice Sejima, e dalla Biennale, ha il merito di aver ripensato il concetto di architettura, di averla calibrata verso l'uomo. Essa non è più l'arte con cui si costruiscono i palazzi o le città; è molto più vicina agli interessi e all'evolversi della natura umana di quanto l'arte abbia dimostrato di essere nella Biennale dell'anno scorso.
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