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Disordini alimentari e business del benessere

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Scritto da Sebastiano Di Mauro   
Lunedì 21 Giugno 2010 23:27

Come  sono cambiate le nostre abitudini alimentari e quali business si nascondono dietro le offerte commerciali che promettono di farci raggiungere il benessere del nostro corpo


Una frase fatta che si sente dire spesso nelle conversazioni con gli amici, ma non sempre gli diamo il suo giusto significato. E’ proprio così oggi rischiamo di morire dal troppo mangiare, mentre altri popoli nel mondo patiscono la fame.

Negli ultimi trent’anni l’alimentazione nazionale ha fatto passi da gigante e questo non costituisce affatto un sicuro vantaggio. Nell’immediato dopo guerra gli italiani mangiavano carne soltanto nelle feste comandate: in media 15 chilogrammi procapite. Quando un contadino uccideva qualche animale che allevava, i casi erano due: stava male qualcuno in casa, che bisognava nutrire meglio per causa di forza maggiore, o era ammalato l’animale.

Oggi si consumano circa 50 chilogrammi procapite di carne l’anno, questo vuol dire il 230 per cento di incremento. Questo potrebbe voler dire che mangiamo meglio, ma la risposta è sicuramente un no secco: è cambiata la tecnica a discapito degli ingredienti utilizzati nella confezione dei cibi.

Sono spariti i sapori originari; oramai tutto è prodotto in formato industriale; sempre di meno si cucina a casa e quindi non si tramandano le ricette; spariscono le antiche locande e osterie lasciando largo spazio a fast-food con marchi americani, vere devianze culinarie. Ne consegue che la tavola degli italiani diventerà sempre più un momento culturale per pochi fortunati.

L’Italia è ormai un paese senza ricordi. Chi, fra le nuove generazioni, ha mai sentito parlare del castagnaccio venduto davanti alle scuole delle pere cotte sotto la cenere, zuccherate e talvolta condite con olio, pepe e sale, della legnosa carruba o delle caramelle d’orzo?

I cibi genuini sono rimasti pochi, come poche sono le persone che vi si dedicano. Andare alla ricerca di antiche ricette e coltivare all’antica è una logica che va contro il sistema, è una battaglia perduta, ma proprio per questo oggi più necessaria di ieri. Mai come in questo caso la quantità non genera la qualità.

Inutile girare intorno al problema: quarant’anni fa la donna italiana cucinava per quattro ore al giorno, oggi scongela per quaranta minuti al giorno. Statisticamente l’ex angelo della casa predilige tutt’altri lavori che darsi a confezionare manicaretti per il marito e la prole. Si mangia a scuola, in ufficio, nel fast-food, trangugiando velocemente un panino in piedi: i ticket aziendali hanno sostituito la cucina casalinga.

Il pranzo di mezzogiorno sopravvive solamente in alcune zone rurali e, fortunatamente, in modo più diffuso nel Sud, che almeno in questo primeggia. Oggi ognuno di noi manda giù quasi una tonnellata di cibo l’anno. Allora la produzione deve aumentare senza far pesare troppo sui guadagni, quindi si riesce a produrre 120 chili di prosciutto con sole 100 chili di carne di maiale. Questo si può ottenere utilizzando i polifosfati, additivi capaci di far gonfiare i tessuti.

Tutto ciò però a discapito della corretta nutrizione, che fa aumentare in modo esponenziale il peso del corpo. Ne consegue che per gli italiani, come per gli americani prima di noi, il tormentone è perdere peso. Nascono come funghi prodotti specifici per ridurre il peso e dare il senso di sazietà. La ricerca investe sempre di più, schierando in campo i nutrizionisti, cercando di realizzare gamme di prodotti a base di fibre e cellulose, senza apparenti differenze di gusto. A parità di peso hanno circa il 40 per cento in meno di calorie.

Faranno anche schifo, ma oggi non sembra più essere un problema, perché il vero problema sembra “apparire” più che “essere”. Il bussines del “benessere” è un mercato in forte espansione. Sarebbe auspicabile che, anziché spendere fiumi di denaro per perdere peso nell’età adulta, i genitori  imparassero a mangiare prima loro, per poi nutrire meglio la propria prole. Infatti fra i tanti tristi primati italiani abbiamo anche quello dei bambini più obesi d’Europa. Varrebbe quindi la pena di riflettere e cominciare a darsi da fare per invertire la tendenza, che ci porterebbe ad un reale benessere.

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