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CANCRO …malattia da affrontare!

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Scritto da Cecilia Ferri   
Martedì 20 Settembre 2011 14:23

La PSICOMOTORIA ti può aiutare, venerdì 23 settembre 2011 a Roma.


CANCRO …malattia da affrontare!Incontro-dibattito pubblico, tenuto dal dott. Moreno Pagni, dottore in Psicologia Clinica ed esperto in Psicomotoria, presso il CE.S.P.P. Centro di Sostegno Psicologico Popolare “Lino Filipponi” in viale Duilio Cambellotti 155/A a Roma (zona Tor Bella Monaca). Alle ore 18 è previsto un pre-incontro, per poi iniziare il dibattito alle 18,30.

Il CANCRO è una malattia grave ed è importante attivare tutte le energie, sia dell’ammalato che dei familiari, per poterla affrontare nel migliore dei modi!
La Psicomotoria, come approccio integrato tra le funzioni fisiche e psichiche di una persona, permette, con la sua pratica, si acquisire un “NUOVO ATTEGGIAMENTO MENTALE” nei confronti del cancro.
Questo “NUOVO ATTEGGIAMENTO MENTALE” permetterà di affrontare meglio sia le difficoltà che i disturbi della malattia oltre che migliorare la “Qualità di Vita” delle persone coinvolte.

Il relatore dell’incontro-dibattito ci ha inviato in anteprima il testo riassuntivo delle argomentazioni che saranno affrontate ed ulteriormente approfondite.


Il CANCRO è una malattia genetica (il gene è l’unità ereditaria fondamentale degli organismi viventi e l’insieme di tutti i geni contenuti in ogni cellula organizza, struttura e controlla tutto ciò che andrà a “determinare e sostenere nella crescita” l’uomo partendo dalla prima cellula umana fecondata: lo “zigote”) dovuta a un’alterazione molto grave di un gene di una qualunque “prima cellula degenerata” chiamata “cellula madre” da cui originerà la malattia.

Che il cancro sia dovuto a un’unica cellula madre gravemente alterata geneticamente lo dimostra, con grande probabilità, il fatto che tutte le cellule cancerose che si riscontrano nell’organismo, anche in parti molto distanti dal suo sito d’origine (metastasi), sono tutte eguali tra loro suffragando, così, l’ipotesi avanzata poiché è molto improbabile che si abbiano due cellule “indipendenti” con la medesima variazione genetica (il numero dei geni in una cellula è molto, molto grande e le mutazioni molto, molto complesse).

La condizione sopra enunciata ci fa capire che ogni cancro è un caso a se stante che avrà alcune caratteristiche in comune con “altri cancri” (in altre persone) ma, derivando da una precisa e specifica alterazione che “sballa” tutte le leggi di evoluzione e di comportamento di quella prima cellula, avrà caratteristiche proprie anche se “le regole generali di comportamento” saranno simili tra casi diversi della stessa grande famiglia “dei cancri”.
Il cancro, non essendo ne di origine virale ne batterica, non può essere curato con i normali presidi farmacologici usati per tali affezioni in quanto inutili in questa malattia.

Inoltre, essendo la cellula cancerosa sempre una cellula dell’organismo, le difese immunitarie naturali sono estremamente blande nel suo contrasto.
Non intendo, in questa rapida disamina, affrontare gli aspetti e i problemi connessi agli interventi farmacologici, radioterapici, chirurgici, biologici (genomica, nanotecnologie o uso di cellule staminali) in quanto non specifici all’incontro/dibattito che andiamo ad avere.

Evidenzio solo che questa grave malattia può determinare, con le sue metastasi in altri tessuti e organi oltre che con la distruzione di moltissime cellule sane dell’organismo (le cellule cancerose attaccano e distruggono le altre cellule) con la relativa produzione di tossine (veleni) di vario genere, due conseguenze molto gravi che “fiaccano” l’ammalato e, con lui, i suoi familiari: il dolore (sia fisico che psicologico) e la cachessia ( condizione di grave debilitazione psicofisica con marcata inappetenza e forte calo di peso, astenia con mancanza di energie e perdita di forze, grave stato di apatia con disinteresse sia per  se stesso che per tutto ciò che ci circonda).

Oltre e “sopra” questa congerie di problematiche grava, come un macigno, il rischio della perdita della vita dell’ammalato per i gravi danni all’organismo generati dalla malattia.
Queste situazioni modificano fortemente e in negativo la vita di tutte le persone coinvolte e, con buoni risultati, interviene, a riguardo, il “TRATTAMENTO PALLIATIVO” che prende in carico l’ammalato nella sua globalità psicofisica aiutandolo ad affrontare i problemi connessi alla malattia con una visione globale che avvolge, sostiene e protegge, come un “mantello” (pallio), la persona ammalata.

Il “principio” fondamentale del trattamento palliativo è quello di considerare l’ammalato una persona che deve essere presa e considerata nella sua globalità fisica e psichica, cioè con funzioni tra loro intimamente connesse e integrate, e dove “il tutto” è diverso e maggiore della somma delle sue singole parti. Tale principio di “unità integrata fisica e psichica” è, anche, alla base dell’approccio “PSICOMOTORIO”, oggi chiamato psicomotricità, che considera l’integrazione tra tutte le funzioni dell’uomo la condizione prima e fondamentale con la quale dobbiamo avvicinarci alla persona per una corretta “visione” dell’essere umano.

La psicomotoria evidenzia anche il fatto che l’apprendimento (l’imparare come acquisizione di conoscenze e di nuovi procedimenti mentali) di una persona può e deve avvenire, preferenzialmente, attraverso attività motorie che determinano, con la loro “attentiva esecuzione”, profondi cambiamenti anche a livello di processi mentali importanti e duraturi sia in persone sane che in persone portatrici di disabilità sia fisiche che psichiche.
A questo punto è necessario parlare della “RESILENZA” che, dal punto di vista psicologico, significa la capacità da parte di una persona di affrontare in modo “più o meno” positivo e costruttivo gli eventi traumatici, sia fisici che psichici, che la vita gli pone dinanzi.

Non mi interessa, in questo incontro, la quantizzazione della resilenza quanto di prendere in considerazione il fatto, indiscutibilmente ben noto a tutti, che persone diverse affrontano gli stessi eventi traumatici in modo molto diverso tra loro: abbiamo chi affronta l’evento in modo fattivo, con impegno e volontà e non cede e “barcolla” di fronte alle avversità; c’è, invece, chi viene schiacciato e diventa passivo lasciando accadere “il tutto” e non combatte più per affrontare l’evento o lo fa solo in modo estremamente blando.
Ecco, il primo ha una resilenza alta, il secondo no!.

Il “TRATTAMENTO PSICOMOTORIO DI SOSTEGNO” mira a far si che anche chi non ha o non ha più un’alta resilenza, sia esso ammalato o familiare, possa cercare di migliorarla con l’allenamento e lo svolgimento di alcuni apparentemente semplici esercizi determinando, con ciò, un miglioramento della sua “Qualità di Vita” dovuto all’aumento della sua volontà di affrontare in tutti i modi la malattia, di non arrendersi mai ad essa e di continuare a contrastarla con tutti i mezzi che la medicina gli fornisce oltre che a recepire, meglio e più intensamente, l’aiuto e l’affetto che le persone care si scambiano con il loro sostegno reciproco.
Anche chi ha già un’alta resilenza, però, non deve disdegnare il fatto di poterla ulteriormente consolidare viste le problematiche che gli si frapporranno davanti nel corso della malattia.

 

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