il Titolo Giornale Periodico Online di Arte Cultura Spettacolo e Attualità   Reg. al Tribunale di La Spezia n.° 3 del 07/06/10     ROC 20453     P.I. 01219600119
Venerdì 25 Maggio 2012

Pubblicità

Banner

+ Visibilità a - Costi

Visibilità a - Costi

Visite Globali

Visite Globali

Visite dal Mondo

Visite dal Mondo

Visite dall'Italia

Visite dall'Italia

Le seguenti statistiche vengono aggiornate mensilmente

a



+ Visibilità a - Costi


Per ulteriori informazioni o prenotazioni in merito

uno staff sempre pronto a rispondere ad ogni Vostra esigenza
*
al seguente indirizzo emai:
info@iltitolo.it

Ricerca Nel Giornale

GSearch

 

La fiera di San Giuseppe a La Spezia

Stampa E-mail
Liguria
Scritto da Francesca Fontanelli   
Venerdì 18 Marzo 2011 16:24

Il fascino  segreto di una delle fiere più antiche d’Italia.


La fiera di San Giuseppe a La SpeziaAd ognuno la sua fiera. Ci sono, alla Spezia, un paio di avvenimenti annuali che per lo spezzino indigeno o acquisito assumono il valore di eventi epocali: il palio del Golfo, la prima domenica d’agosto, e la fiera di san Giuseppe il 19 marzo, che è anche il patrono della città.

Ammetto che per noi spezzini la fiera è attesa quanto penso dai sanremesi lo sia l’appena finito festival; al tipico mugugno ligure, fatto così per non perder l’abitudine e legato ai mancati parcheggi che saranno occupati dalle bancarelle, alla viabilità ridotta e modificata, allo snobismo del “no, io la fiera quest’anno non la faccio” (si dice proprio così) “per carità, tutta quella confusione…” si aggiunge improvviso e impetuoso il desiderio di esserci comunque, magari solo per una passeggiata critica che, però, deve necessariamente avvenire.

Altrimenti non si spiegherebbe la folla oceanica che si riversa dalla mattina presto nelle vie rese ancor più strette dalle bancarelle disposte sui due lati; e la strada va percorsa due volte perché, ovviamente se scendiamo a destra non potremo vedere le bancarelle collocate a sinistra e questo non si può fare perché potremmo perdere di vista qualcosa di interessante. Gli anziani dicevano che  il primo giorno “si guarda”, il secondo “si compra”, il terzo “si fanno gli affari” e questo spiega perché tanti, me compresa, trascorrano tre interi giorni a rovistare tra i banchi (mitico quello del molo Italia che appende ogni anno un grande cartello che invita a non rubare la merce esposta) adocchiando la bancarella che sarà monitorata con più passaggi durante le 72 ore successive fino al momento in cui il prezzo dell’oggetto diventerà accettabile perché ribassato quei due/tre euro che fanno tanto “affare”.

Per la fiera esiste anche un abbigliamento consigliato, ovviamente: scarpe comode per macinare quei chilometri necessari ad adempiere il rito (è la fiera più grande d’Italia quanto a  numero di bancarelle e si snoda sia sul molo che nelle vie del centro), borsa a tracolla vecchia e possibilmente con cerniere ben chiuse (è anche la fiera che attira il maggior numero di borseggiatori  dalla penisola) con all’interno poche cose e leggere (perché torneremo a casa carichi come somari), abbigliamento casual non troppo pesante (a portare i sacchi si suda notevolmente).

Passeggiando in fiera si incontrano amici e parenti che non vedevamo dalla fiera precedente e per una legge non scritta ma fortemente rispettata ci si ferma  a parlare lì dove li abbiamo incontrati, creando una serie di ingorghi e di stop alla circolazione, soprattutto se nel corso dell’anno la famiglia si è allargata e c’è il passeggino dell’erede, che assume la funzione fondamentale di portaoggetti: di solito è decorato da palloncini enormi piazzati ad altezza della faccia dei passanti che devono districarsi tra animali vari, fatine e qualche mostro dei cartoni. La fiera di San Giuseppe a La Spezia

Oggigiorno la fiera ha perso, almeno per noi che abbiamo superato gli anta, quella magia che aveva quando eravamo piccoli e credo che questo sia un sintomo comune a tutte le fiere patronali della nostra penisola; era la curiosità della novità, della sorpresa che sapevamo che avremmo trovato sui banchi, il fascino di un’attesa lunga un anno, perché la fiera segna anche la fine dell’inverno e l’inizio della stagione più mite. Adesso gran parte degli oggetti sulle bancarelle li troviamo anche nei mercatini settimanali rionali, e non ci sono più quelle “novità della fiera” cui era dato ampio spazio nelle cronache locali.

Nel corso degli anni, però, l’anima dello spezzino medio e probabilmente anche quella del veneto, dell’umbro o del pugliese ha continuato a credere nei sogni e così tutti o quasi abbiamo avuto in casa Arturo lo spremiagrumi del futuro, l’aggeggio per fare maionese e gelati a manovella, la pasta che lucida tutto dalla scarpa da ginnastica al marmo di Carrara, quegli arnesi che fanno le carote a julienne corredati da altrettanti arnesi che creano deliziose decorazioni se si riescono a mantenere integre le dieci dita.  Notevoli, ma improbabili da sistemare, le composizioni con fiori finti alte due metri, le lampade di carta colorata con toni fluorescenti e reperti pseudo africani che sono le novità del momento.

Infine, come ogni fiera patronale che si rispetti, è ammesso e concesso il transito trionfale sbranando panini che trasudano porchetta, wurstel e crauti con salse varie dai nomi e colori francamente sconcertanti, i quali vengono deliziosamente spalmati sulle giacche del passante più vicino, addentando le mele di Pippo che colano zucchero, o ciancicando lo zucchero filato; eroico il tentativo di mangiare il panino sollevandolo mentre si cammina a passo di lumaca schiacciati tra la folla…e ogni anno è così, sempre uguale al precedente, confortevolmente ripetitivo nella sua ritualità secolare contrapposta agli altri 364 giorni dell’anno in cui siamo costretti a correre, robotizzarci, computerizzarci; e ogni anno promettiamo a noi stessi di non cedere e non presentarci nemmeno delle vicinanze della fiera ma quei suoni, i rumori, i profumi ci attirano velocemente verso un mondo magico nel quale vale davvero la pena ogni tanto di fare un salto per tornare, almeno per poco, a sognare come quando eravamo piccoli.

Commenti

Effettua il login dal Giornale per inviare commenti o risposte oppure collegati al Social Network.
 

Redazione

Redazione Liguria


Per informazioni e contatti:
direzioneliguria@iltitolo.it

Prima pagina Liguria

Leggi tutte le notizie della Liguria

+ Visibilità a - Costi ?

Nello stesso giorno dell’anno 1887 è stata aperta a Korce “la prima scuola Albanese”.  L’apertura della stessa fu  resa possibile  dai RILINDES,  che alcuni di loro diventarono successivamente presidi di quella struttura. Il primo preside fu Petro Nini Luarasi e di seguito Pandeli Sotiri, Nuci Naci e molti ancora. In ricordo dell’” Apertura della prima scuola Albanese” nel 1887, tutti gli insegnanti oggi festeggiano il loro giorno, la quale nel corso degli anni, è diventata una festa nazionale per l’Albania.

Tutti conosciamo il 7 Marzo 1887 come il giorno del’apertura della prima scuola Albanese nel nostro paese ma, molte volte certe informazioni non sembrano combaciare. La Chiesa Cattolica difende un pensiero completamente diverso, secondo il quale la prima scuola della lingua albanese in Albania sarebbe stata aperta molto prima, cioè nel 1632 dal Ordine dei Francescani a Kurbin. Dopo decenni lo stato comunista ha ufficializzato la sua tesi, secondo la quale la prima scuola della lingua albanese nel nostro paese è quella di Korca, che rimane di una profonda importanza per il nostro popolo, però i dati storici dimostrano il contrario.

Le scuole della lingua albanese nel settentrione del’Albania sono attive da almeno 400 anni.

Padre Donat Kurtine in uno studio pubblicato nel giornale “Ylli i Drites” nel 1935 parla della prima scuola di albanese nel 1638. Le prime scuole “ a quanto ne sappiamo” dice lui sono: la scuola di Pllana, Blinishti e Shkodra.

Lo studioso americano Edwin Jacques nella sua opera "The Albanians: An Ethnic History from Pre-Historic Times to the Present", documenta l’apertura delle scuole ancora prima nel tempo, nel 1632 secondo il quale: “La prima scuola della lingua albanese è stata aperta a Vele di Mirdita nel 1632, ma non era l’unica. A parte la lettura e scrittura, si insegnava anche la grammatica ed erano in uso i libri di luminari come Budi, Bardhi e Bogdani. Segue l’apertura di molte altre scuole di lingua albanese per arrivare a 21 nel 1887, anno del “apertura ufficiale” della prima scuola.

Sono passati  quasi 400 anni ed ancora non c’è un'unica verità, rimane tra i tanti dubbi, la certezza che in questo giorno, i molti insegnanti della nostra Nazione, celebrino il loro giorno festivo ma la domanda rimane sempre accesa.
Quando è stata aperta la prima scuola di lingua albanese?

Lista Rss

Ogni Redazione ed ogni Rubrica ha il suo Rss Feed personalizzato, ricercabile in Home Page e nella Redazione o Rubrica d'interesse, con possibilità di abbonamento alle nostre pagine, il link è situato sull'iconcina.

 
Banner
Previsione Oggi
Previsioni per Oggi
Previsione Domani
Previsioni per Domani
Banner

Servizi

Ricette * Oroscopo * Viabilità * Concerti * Viaggi * .....e altri ancora nel nuovo menù per gli Utenti Registrati
Banner


I’m not a lady

Il singolo di Silvya Lane

Inviate i VOSTRI VIDEO, breve descrizione e link a direzione@iltitolo.it in Oggetto "MyVideo"
Banner
Terremoto in Emilia Romagna
Terremoto in Emilia Romagna

Foto di gentile concessione della
Coldiretti
Emilia Romagna
.
Inviate le VOSTRE FOTO, breve descrizione
a direzione@iltitolo.it in Oggetto "MyFoto"
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner