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Francesca Della Croce, laureata in filosofia diventa enologa a Valencia partendo da zero e facendo del suo lavoro la realizzazione personale.
Una giramondo capace di essere se stessa senza compromessi, ed inseguire costantemente i propri traguardi. Francesca Della Croce, spezzina oggi residente a Valencia in Spagna è designer, enologa e imprenditrice. Dopo la laurea in filosofia e trasferimenti fra Italia, Francia e Gran Bretagna, è approdata nella penisola iberica come nelle più classiche storie di immigrazione: senza sapere una parola della lingua e senza amici. Ma non sono certo queste le difficoltà che possono fermare una persona mai paga e vitale come lei: non a caso la sua vicenda è diventata un esempio di come la costanza e la voglia di applicarsi possano portare a degli importanti risultati.
Francesca ha aperto “Damajuana” una rivendita di vino al dettaglio che rifornisce anche i ristoranti della città; inoltre collabora con le “Bodegas Antonio Arráez”, con cui ha lanciato prodotti di grande successo come il rosso “Mala Vida” di cui ha curato marchio, packaging e marketing, realizzando una campagna di comunicazione efficace ed innovativa. Dalla terrazza della sua casa nel multietnico quartiere di Rusafa, “sorseggiando un bicchiere di bianco catalano e ascoltando Mozart”, ci racconta la storia della sua vita, “cercando di far scorrere i pensieri e dandole una forma intelligente e comprensibile”.
- Raccontaci la tua storia: come sei arrivata ad essere la donna di oggi?
Ho passato la mia infanzia e l’adolescenza in una città ligure e di provincia, nata da un padre toscano e da una mamma emiliana; non mi sono mai sentita ligure e non sono mai riuscita ad esprimermi dentro una mentalità provinciale. Gli anni del liceo li ricordo pieni di conflitti emozionali, di rabbia mista a un essere ribelle su ogni cosa. Alla fine del liceo mi trasferii a Firenze, dopo un breve soggiorno emiliano. In riva all’Arno trovai una sorta di pace, o meglio di accettazione del mio io. Da lì passai per Londra, Parigi e Roma, sempre lavorando full time tra un pub e l’altro per mantenermi e portare avanti i miei studi universitari. A ottobre 2004 decisi di lasciare nuovamente l’Italia, e questa volta in modo definitivo: vedevo - e ahimè vedo ancora – il nostro come un paese provinciale, dove per riuscire a creare qualcosa nella vita devi avere conoscenze infinite, cosa che io non ho mai avuto e ho sempre cercato non avere.
-Perché proprio la Spagna? Che cosa ti ha dato e ti sta dando?
 Sono ormai 7 anni che vivo in Spagna, e più precisamente a Valencia; optai per questa città un poco a caso: era la terza più grande del paese dopo Barcellona e Madrid ed è sul mare; quando arrivai dopo 25 surrealiste ed interminabili ore di autobus, non avevo la più pallida idea di cosa avrei trovato, così come non avevo idea di cosa fosse parlare lo spagnolo e come erano questi famosi “mezzi cugini” latini. Un’altra grande spinta al mio definitivo “adiós” italiano è arrivata dalla mia omosessualità: caratterialmente sono e sarò sempre una persona libera e che rispetta la libertà altrui, sempre nei limiti della decenza e della educazione. L’essere una persona libera testarda autosufficiente e soprattutto autodidatta mi aiutato ad arrivare dove sono arrivata anche se sinceramente mi sento ancora a metà cammino.
-Com’è avvenuto il passaggio all’imprenditoria, e perché proprio il vino?
Dopo 4 anni tra i fuochi delle varie cucine e i tavoli di vari ristoranti, provai a chiedere un piccolo prestito in banca che mi permettesse dar vita a uno dei miei tanti sogni-hobby: aprire un negozio di vini. Per me il vino é sempre stato la cultura, il calore e il ricordo della mia famiglia; mi avvicinai e mi innamorai del mondo dell’enologia quando ero meno di un adolescente, e ancora oggi penso ciò che disse Hemingway: il vino è "la cosa più civilizzata del mondo", frase a cui aggiungerei la base della cultura occidentale.
-Come hai investito il denaro ottenuto con il prestito?
Aprii un negozio con pochi soldi, molta inventiva e illusione, un punto vendita differente dalle tipiche “tenda” di vini, con una decorazione totalmente personale con piccoli punti kitch, scommettendo su bottiglie con il miglior rapporto qualità-prezzo possibile.
-Come sono nati i prodotti di maggior successo che hai promosso?
Poco più di un anno e mezzo fa conobbi un giovane enologo proprietario di una vecchia cantina nella provincia di Valencia, Toni Arráez, che era appena rientrato in città per cercare di risollevare le sorti di questo possedimento ormai abbandonato. Con Toni decidemmo di unire i suoi mezzi e studi enologici con i miei studi nel campo umano e creativo. Quindi, nacque “Mala Vida”, un vino “barricato”, fruttato adatto ad ogni tipo di cucina e senza troppe pretese.
-E i risultati sono stati sorprendenti!
Fu un successo inaspettato: in poco più di 6 mesi il nostro progetto finì nelle carte dei vini di tutti i ristoranti valenciani. Ora, dopo poco più di 1 anno e mezzo, é distribuito in Danimarca, Germania, Messico e si sta espandendo in tutta la Spagna.
-Quali sono i tuoi punti di forza nel lavoro?
Amo il mio lavoro nonostante sia pieno di sacrifici e la mia vita personale ne abbia sofferto, mi diverto sono felice: é totalmente dinamico e vivo, vedo crescere la mia carriera e il mio nome poco a poco e questo mi rende felice e realizzata.
-Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sono solo a metà della mia carriera, mi aspetta un anno intenso e decisivo in cui le parole d’ ordine saranno concentrazione e serietà, per poter consolidare quello che ho creato fin ora. Cosa cerco nel futuro? Sinceramente, nell’immediato spero di riuscire a mantenere e consolidare ciò che sto creando, in un futuro lontano, invece, godermi la tranquillità di una casetta sulla spiaggia ascoltando Mozart e sorseggiando una buona “copa” di vino.
L'intervista completa a Francesca Della Croce sarà pubblicata nell'eBook “CercolavoroaMilano”, a cura di Chiara Tenca, edito dalla casa editrice elettronica Liber Iter.
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