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Attraverso il suo nuovo film Mario Martone porta in scena l’altra faccia del Risorgimento
Giovedì 11 novembre 2010, presso il cinema Lumière di Bologna, è stato presentato in anteprima per la stampa Noi credevamo, un film di Mario Martone.
Con: Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Guido Caprino, Michele Riondino, Andrea Renzi, Renato Carpentieri, Ivan Franek, Stefano Cassetti, Franco Ravera, Roberto De Francesco, Toni Servillo, Luca Barbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto.
Alla proiezione è seguita la conferenza stampa, cui hanno partecipato Mario Martone e Luigi Pisani (Salvatore nel film). Il film narra la storia di tre ragazzi dell’Italia meridionale (Domenico, Angelo, Salvatore) che, dopo i moti del 1828, duramente repressi dall’esercito borbonico, si affiliano alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini.
La pellicola, divisa in quattro episodi, ognuno dei quali illustra i momenti più oscuri e meno noti del Risorgimento italiano, mostra le vite di Domenico (Luigi Lo Cascio), Angelo (Valerio Binasco), e Salvatore (Luigi Pisani) drammaticamente stravolte dalle loro azioni di rivoluzionari, alle prese con ideali falliti e scottanti delusioni.
Domenico è l’unico dei tre a vivere tanto a lungo da poter vedere l’Unità d’Italia (Salvatore, creduto una spia, sarà ucciso da Angelo, che a sua volta sarà giustiziato per aver attentato alla vita di Napoleone III). Domenico, tuttavia, constaterà amaramente che i suoi sacrifici, il tempo trascorso in carcere, la morte dei compagni hanno portato a qualcosa di molto diverso dalle aspettative di chi aveva dato la vita per l’Unità del paese.
In occasione dei 150 anni dell’unificazione italiana, Martone racconta il Risorgimento attraverso le vite di tre giovani rivoluzionari, mescolando fatti storici realmente accaduti con quelli narrati da Anna Banti nel suo romanzo, dal quale il film prende il nome.
Domenico, Angelo, Salvatore sono i protagonisti assoluti: Mazzini, Garibaldi, Crispi, Orsini compaiono sullo sfondo per lasciare spazio alle vicende di tre uomini sostanzialmente sconosciuti, le cui tristi sorti mettono in luce quella parte di storia risorgimentale rimasta nell’ombra.
Lo scopo del regista non è narrare e celebrare un momento storico estremamente complesso, bensì rendere noti aspetti mai affrontati: si pensi alla battaglia sull’Aspromonte, di cui, fa notare Martone, i più conoscono solo la nota canzone “Garibaldi fu ferito”, ignorando i reali contrasti esistenti tra le forze in campo, tra i fautori dell’Unità d’Italia.
Martone, nel suo film, narra i fallimenti e le paure piuttosto che le battaglie e i gloriosi nomi ricordati nei libri di storia. In Noi credevamo l’attenzione si focalizza sui conflitti tra gli stessi combattenti, divisi tra monarchici e repubblicani, sull’abisso esistente tra intellettuali e nobili da una parte e popolo dall’altra, spettatore e vittima di ciò che accade.
Un intero capitolo è ambientato nel carcere dove è rinchiuso Domenico. Un luogo buio, lontano dalle luci della ribalta. Anche qui, pur accomunati da una medesima sventura, gli aristocratici e il popolo non saranno in grado di mettere da parte le loro divergenze per costituire un fronte comune.
Ricca di fascino è la figura di Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi): una donna forte, decisa, in grado di muoversi in un ambiente prevalentemente maschile, acuta al punto da rimproverare l’eccessivo settarismo di Mazzini, a suo avviso troppo lontano da un reale coinvolgimento del popolo. Il Risorgimento è presentato come un insieme intricato di eventi, vissuti da individui, poco o per nulla noti, vittime di giochi di potere e di speranze disattese.
E’ la delusione a far da protagonista nella scena conclusiva, quando un ormai anziano Domenico, di fronte a Crispi che pronuncia il suo discorso in un parlamento vuoto, dice: “Noi credevamo …” in qualcosa che non è mai avvenuto e che si è rivelato la fine di un sogno.
Noi credevamo è un tentativo di recuperare elementi del nostro passato, spesso offuscati da una rappresentazione retorica del nostro Risorgimento, aspetti sicuramente problematici e poco gloriosi, ma indispensabili per comprendere la storia e le contraddizioni di una nazione. Dopo tutto, come si chiede Martone, “Perché non possiamo assumere la profondità complessa della storia dell’Unità d’Italia, come fanno altri paesi con la loro storia?”
Noi credevamo diventa allora una riscoperta del Risorgimento italiano, fatto non solo di nobili ideali e memorabili battaglie, ma anche di conflitti, di giochi di potere, di lotta tra oscurantismo e verità.
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