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Una rivisitazione del romanzo di Cervantes in un continuo mescolarsi di realtà e finzione.
La Sala Grande dell’Arena del Sole di Bologna ha visto, dal 16 al 20 febbraio, il ritorno sulla scena del Don Chisciotte, la grande opera di Cervantes rivisitata da Franco Branciaroli, regista e unico attore, con scene di Margherita Palli, luci di Gigi Saccomandi, costumi di Caterina Lucchiari e musiche di Daniele D’Angelo.
Branciaroli interpreta sia Don Chisciotte che Sancho Panza e lo fa ricalcando due illustri attori del passato: Vittorio Gassman e Carmelo Bene. Sulla scena si alternano quattro identità, due appartenenti alla realtà e due al mondo dell’immaginario, che si evocano a vicenda in un continuo gioco di voci, abilmente gestito dall’unico attore concretamente presente sul palco. Gassman e Bene descrivono la struttura del romanzo e interpretano i due personaggi di Cervantes: il primo è Don Chisciotte, il secondo Sancho Panza.
Branciaroli riporta in vita i due grandi attori del passato imitandone la voce e gli atteggiamenti che li hanno resi celebri, in un surreale scenario in cui a fare da padrone è il concetto di imitazione: come Don Chisciotte imita con le sue folli gesta i cavalieri erranti, allo stesso modo Branciaroli fa con i due capisaldi del teatro. Ci troviamo di fronte a una sorta di metateatro in cui un attore imita altri, intenti a loro volta a fare il verso ai protagonisti del romanzo.
La scena è essenziale: solo una sedia, una lunga tavola piena di liquori e un’apertura da cui si accede ai gironi dell’oltretomba. È proprio nell’aldilà che Branciaroli colloca Gassman e Bene: in un contesto onirico, avulso dalla realtà i due realizzano il sogno di mettere in scena “il libro che ha aperto le porte dell’era moderna”.
Attraverso il continuo passaggio da un personaggio all’altro, da una voce all’altra, sono riproposti gli episodi più noti vissuti dal Cavaliere dalla triste figura: la scena in cui Don Chisciotte confonde i mulini a vento con dei giganti nel folle, ma pur sempre nobile, tentativo di salvare chi è sopraffatto da soprusi e ingiustizie; la lettera che scrive a Dulcinea, la donna destinata ad amarlo, ma assente nella realtà; i tentativi di liberare quest’ultima dagli incantesimi, con l’aiuto del fidato Sancho Panza.
Di grande impatto emotivo, per i protagonisti dell’episodio, per l’evento evocato, ma soprattutto per il finale esilarante, è la recitazione del V canto dell’inferno dantesco, in cui Gassman e Bene si sfidano in una singolar tenzone nella narrazione della storia d’amore di Paola e Francesca, caduti nella morsa della passione dopo aver letto un libro sull’amore, guarda caso come è accaduto al nostro Don Chisciotte, appassionato di romanzi cavallereschi al punto da essere trascinato nel fantastico mondo da essi descritto.
Il pubblico guarda divertito l’interpretazione di Branciaroli, ma al tempo stesso percepisce una sorta di nostalgia: si trova coinvolto in un continuo altalenarsi di finzione e realtà, invitato a condividere l’amara consapevolezza dell’impossibilità di giungere a una piena conoscenza del reale, oltre che una riflessione critica sul teatro in sé, un teatro in cui diventa sempre più difficile far ascoltare la propria voce; da qui l’esigenza di chiedere aiuto a Gassman e Bene, le cui inconfondibili e indomabili voci riecheggiano nella sala.
Foto di Cristiana Dudda
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