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Per la prima volta esce in un raffinato volume, rilegato, la più completa antologia delle opere poetiche di Rodolfo Chirico dal titolo “Tre raccolte”, pubblicato dalla casa editrice “Città del Sole Edizioni”.
Il volume comprende sillogi che vanno dal 1970 al 2004, in particolare quelle comprese nelle tre antologie già precedentemente pubblicate, cioè le due Raccolte: “A firma dei tuoi occhi” e “Con Angelina ragionando”.
Il volume è stato presentato, recentemente, presso la sala conferenze palazzo della provincia - piazza Italia a Reggio Calabria, in collaborazione con il circolo culturale Rhegium Julii, la fondazione “Italo Falcomatà” e la casa editrice “Città del Sole Edizioni”, relatrice d’eccezione la saggista Augusta Torricelli Frisina, insieme a Carmelina Sicari, Ilda Tripodi e Alberto Conìa. All’incontro coordinato dall’editore Franco Arcidiaco, è seguito il recital degli allievi della “Scuola d'Arte Drammatica” e degli attori del “Teatro Calabria”, quali Tonino Triumbari, Sonia Caruso e Luciana Siviglia. Tra le raccolte di poesia spiccano brevi intervalli di ricordi di vita e frammenti di autobiografia, quali le prime esperienze teatrali, i soggiorni a Roma per gli studi di regia e recitazione, e poi, a Napoli e a Salerno per frequentare l’università con i grandi maestri quali Carlo Salinari e Edoardo Sanguineti, i contatti con i grandi della cultura italiana, infine la realizzazione del suo sogno di aprire la scuola d’arte drammatica dove è, tuttora, impegnato come docente.
Nella introduzione alla raccolta, Rodolfo Chirico fa un’approfondita disamina sul suo modo di intendere l’arte: “Fare della propria vita e, quindi, della vita, un’arte: ecco il superiore scopo finale a servizio dell’Arte”. E’ questo divino proposito che lo spinge ad analizzare ciò che sia a livello storico sociale e personale è accaduto e sta accadendo e per conseguenza dà a tutto un’interpretazione.
Dopo le sperimentazioni del secondo Novecento -in sintesi secondo l’autore - la storia borghese è stata smascherata come un irreversibile fallimento. All’inizio del Terzo Millennio, poesia, teatro, arte in genere, filosofia, concetto di storia, di politica, di religione, di realtà e verità, non possano essere più considerati ed analizzati col consueto metodo critico; né l’evento creativo può continuare a nascere da una concezione storica dell’avere e del potere, che smascherata “è precipitata nella globalizzata carneficina storica che urla angosciosamente al ritorno alla barbarie”. Il poeta -drammaturgo ripercorre il ruolo assunto della poesia attraverso i tempi e nelle stesse realtà demografiche, fino a giungere alla società di oggi, a quella “scomposta e globalizzante del pubblico-massa di oggi”. E vede “il fiorire di bestiale storia all’inizio del Terzo Millennio e l’infame globalizzante animalità di ritorno alla Savana” .
Il vedente Aèdo, oggi “non può non essere armato che da una cultura globale per creare”, per interpretare la realtà di questo “fantasmagorico globo di enigmatica istintiva egoistica bestialità”. Perciò, la poesia di ora appare più che mai libera, senza ubbidire o subire condizioni o schemi da chicchessia. “La parola stessa è una sorta di totale mistero apolide: nasce, quando si necessita”. La poesia - come l’innocenza e l’autenticità del bambino – “diventa la più inesorabile opposizione alla storia mascherata del tempo contemporaneo”. E questa poesia - per svelarsi, avverte però un misterioso obbligo di coscienza nuova: “la inutilità della stessa creazione artistica del poeta se lo stesso non si impegna a spiegare, svelare e rendere vitale la sua arte trasformandola in coscienza critica del lettore-pubblico”.
Ma ecco l’inevitabile equivoco storico: chi è questo lettore-pubblico? Che cultura reale ha? E che realtà demografica rappresenta? Qual è - in sostanza - la sua coscienza politica? E per conseguenza, la domanda chiave: a che serve l’Arte? Ecco, quindi, un problema creativo prima e un altro dopo di uguale importanza: è necessario trovare sistemi e mezzi perché il grido poetico raggiunga tutto il pianeta e determini soprattutto la coscienza critica delle masse globalizzate.
La Poesia, infatti, - continua Rodolfo Chirico - succede ed esiste nel suo essere capacità e coscienza di cultura fatta persona nel lettore, che la fa sua attraversandola. Se ciò non accade, essa - sia pure altissima - resta chiusa nel libro o sul palcoscenico; e “chi dovrebbe farla esistere, se il lettore -o pubblico- si trova a sua volta ignorante apolide inesistente, perché incapace di capire e trasformarsi in storia, prendendosi la responsabilità d’una scelta”. Ma, - continua l’autore - mentre accadeva, nella sua globalità, che veniva smascherata la civiltà storica, perché corrosa e depauperata da tanta arbitrarietà ed egoismo “dell’umana belva ripiombata nel primo atto ciclo ferino della Savana”, nel particolare personale della sua utopia - la comunità-Polis della sua “Città”- succedevano “inopinate eclissi”: la scomparsa di caldi, vitali amici di quel quotidiano laboratorio del vivere col “provando e riprovando”, quali Giorgio Strehler, Senatore Emilio Argiroffi, Italo Falcomatà, Antonio Piromalli Arnaldo Postorino, Angelina Calafiore sua moglie, sua Madre, ed infine il preziosissimo collaboratore culturale e teatrale Fabio Campanello. E stato questo momento storico – forse il più teso e drammatico di tutta la sua esistenza – e la scomparsa di simili amici a determinare il periodo poetico che va dal 1998-2004.
Del resto, la stessa scomparsa dell’utopia della Polis il poeta-drammaturgo l’ha ben rappresentata con un testo teatrale dando corpo a “Giufà”; nel mondo reale si tratta di un “Sardanapalo del cancro moderno del potere -il megalomane uomo economico che, comprando, s’impone anche uomo politico”-, mentre in teatro è un personaggio che entra in scena tutto braccia ed occhi a mo’ di piovra. “Giufà col sorridere scemenza appesa al labbro, e ciò ch’era sostanza e vita dell’azione scenica, diventa barzelletta; banalizzazione d’energia denervata. Simbolo del vero moderno tumore dell’evento culturale-storico-politico-esistenziale: il potere del giufaismo-droga, in sostanza la chiacchiera demagogica dell’imbonitore accaparratore di poteri, che subdolamente si determina vincitore d’un grottesco ‘democraticamente’, curando bene la regia del suo criminale metodo per pervenire al potere, comprandolo”.
Ma tutti questi “sanguinanti” problemi possono trovare, secondo Rodolfo Chirico, un solo possibile potere - giustiziere angelo democratico - per controbatterli: “la capacità critica del pubblico-lettore”. Ed è questa la speranza. Basta pensare, infatti, a quale sorte toccherebbe -ad esempio- alla Divina Commedia, se non ci fossero il lettore e la sua capacità critica ad attraversarla, studiandola e farla vivere eterna, tramandandola.
Il volume termina con una lunga appendice fotografica e documentaristica, dove accanto alle foto che ritraggano l’autore nei più importanti momenti artistici e personali, vi è una ricca serie di testimonianze e commenti di critici ed estimatori sull’opera del poeta-drammaturgo.
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