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Klaus Bellavitis, musicista inventore della “Wide Music”
D - Klaus Bellavitis ha creato un nuovo genere musicale chiamato “Wide Music” quali sono le componenti che lo hanno generato?
R - La mia musica possiede le stesse caratteristiche della mia personalità; la natura del mio essere eclettico deriva dalla mia curiosità e propensione verso tutto ciò che è nuovo. Il termine “wide”, cioè ampio, aperto, descrive la mia “apertura” verso molti generi musicali e non solo uno. Pur provenendo dal Jazz suono e compongo brani che richiamano sonorità pop-rock, funk, Broadway, addirittura liriche e la definizione di questo mix di generi necessitava di una terminologia nuova. Per questo discografici e musicisti mi hanno consigliato il termine Wide Music.
D - Perché è stato soprannominato da Edilio Rusconi il “Bart Bacarach Italiano”?
R - È un appellativo lusinghiero ma pesante. Credo mi sia stato dato per due ragioni, la prima perché oltre a cantante sono come lui un compositore, un orchestratore e un pianista di jazz. La seconda forse per la mia vena compositiva un po’ “retrò” che ricorda stile e l’eleganza di artisti di quei tempi. Ho rivisto Bacarach dopo anni a Milano e ho avuto l’onere del backstage durante il concerto in piazza Duomo, credo che ci siano delle somiglianze non solo artistiche ma anche umane: condividiamo la stessa visione “etica” della musica.
D - In che senso?
R - Per un compositore è importante riconoscersi nelle proprie opere, quasi fossimo “artisti a mano armata” che “spariamo” le nostre canzoni su tutto quello che la nostra sensibilità ci dice non funzionare bene nel mondo intorno a noi. I nostri valori e le nostre idee vengono inserite nei testi e trasmessi attraverso musica di qualità che rendono il messaggio credibile. La genuinità della nostra musica ci impedisce di accondiscendere le regole del mercato e ci impongono di lasciare un segno etico e non solo estetico.
D - Mi può fare un esempio?
R - Ho scritto brani come “He could Be Your Son” che tratta di bambini che sopravvivono per strada, “Can We Trust the Human Heart” un grido di terrore per la perdita dei valori etici che può portare ad un “suicidio” dello spirito umano o “It’s up to One by One” una dichiarazione d’intenti da parte di ogni singolo uomo per cambiare se stessi e il mondo. Alcune delle mie canzoni sono veri e propri sfoghi dell’anima: i miei moniti, i miei timori e le mie accuse.
D - Ma non tutte vedo, alcune sono molto giocose e ironiche?
R - Perché rispecchiano i miei contrasti caratteriali; sono ombroso e introspettivo quanto estroverso e scherzoso. Per questo a volte scrivo di brani surreali che divertono il pubblico anglofono, ad es: “Save the Pigeon e Kill the Mother in Low”, l’inno di un nuovo sport; il tiro alla suocera al posto del piccione, il provocatorio “Man in the Ladies Room” , il “cattivissimo” “Bad Mood”o come “I’m Bellavitis Klaus” un vero e proprio spot auto celebrativo. Tutti questi brani hanno avuto un lusinghiero commento da parte di Charles Alexander, direttore della storica rivista inglese “Jazzwise” e di Mario Biondi che pare si sia molto divertito ad ascoltarli.
D - Dove si è formato artisticamente Klaus?
R - Principalmente all’estero, sono stato il primo italiano nel 1988 a laurearmi alla Berklee College of music di Boston, mentre in Italia ho imparato sul campo lavorando come arrangiatore presso i fratelli La bionda, per Luca Jurman, per la Bambù di Maurizio Nichetti, ecc.
D - Qual sono i suoi progetti artistici più importanti?
R - I Cd di cui vado più orgoglioso sono il “Jazz for Sale”, in cui ho ospitato nomi illustri come Walter Blanton, (storico trombettista di Elvis Presley, James Brown, Sinatra, Tony Bennett, ecc) e il concerto Live “My Father’s Smile” che uscirà a gennaio 2012.
D - E quali invece i progetti non strettamente artistici?
R - Dopo una fortunata parentesi imprenditoriale tra il 1993 e il 200 come partner di Galactica, primo internet porvider italiano, sono tornato alla mia prima e scalpitante passione, ma con l’aggiunta di un nuovo strumento rispetto a prima: la voce. Da allora la composizione di brani originali interpretati da me è diventato il mio obiettivo primario e grazie al sostegno di mia moglie e dei miei tre figli, mio eterno motore d’ispirazione, posso permettermi di pensare a raggiungere ambiziosi obiettivi artistici.
D - Quali per esempio?
R - Creare un filone Wide Music in Italia e nel mondo grazie ad un team di persone da me scelte che mi assistono e coordinano il mio percorso artistico. Con loro vorrei superare gli ostacoli di un mercato discografico anarchico e irrimediabilmente in crisi. In questo settore ci sono due “M” da seguire: quella della Musica e quella del Marketing, io ho scelto la direzione più tortuosa, quella senza scorciatoie o compromessi: ho scelto la “M” di Musica. Per farlo bisogna però avere le spalle forti e per questo fonderò a gennaio una società che si occuperà solo di questo.
D - Come considera attualmente il mercato italiano musicale?
R - Fatte le debite eccezioni di artisti nostrani di cui nulla l’estero ha da invidiarci, il mio giudizio è negativo. Il diavolo a cui la musica ha venduto l’anima si chiama marketing e la televisione è il suo complice inconscio. A causa dei reality musicali, che io chiamo “Falsity” in quanto mistificano creando false speranze ai Teen agers, portano i giovani musicisti a credere che si possa diventare dei divi nel mondo della musica in pochi mesi, i loro paladini non sono più i loro insegnanti che pazientemente fanno maturare il loro strumento negli anni, ma i mentori televisivi che nulla sanno di come si forgia un vero talento in quanto interessati solo al potenziale “commerciale” di un artista cosa che solo pochissimi possiedono. Proviamo a pensare a quanti artisti esistono al mondo e quanti “vendono”, il rapporto è forse uno a mille, secondo questi “mentori” mistificatori gli altri 999 potrebbero non essere mai nati, io compreso. Inutile dire che i loro “brand” discografici sono “prodotti” di una crudele catena di montaggio industriale che li forgia con già stampata sopra la data di scadenza.
D - Cosa può succedere agli altri 999?
R: Che vengono dissuasi a proseguire la loro strada, con esempi mediatici simili chi studierà più musica per dieci, quindici anni o magari trent’anni? Che è il tempo a volte necessario? Senza parlare della cultura del pubblico che non essendo musicista basa i suoi giudizi su chi ha notorietà e chi no. Per questo io preferisco esibirmi in paesi come l’Inghilterra o gli Stati uniti dove il “percepito” musicale è come sempre ad un livello proporzionale alla loro maggiore preparazione culturale.
D - Che cosa si può realisticamente fare?
R: Secondo me nulla se non armarsi contro l’indifferenza e combattere l’anonimato, non arrendersi mai e continuare a proporre la propria musica nonostante indifferenza e la dilagante ignoranza. Poiché vivo in Italia non posso che adattarmi e proseguire la mia strada guadagnandomi faticosamente ogni centimetro dopo centimetro, sono come un rigagnolo che si unisce al Po che arriva incontaminato dalle montagne e libero dalle logiche che stanno plasmando e plagiando l’anima artistica del nostro paese. Posso solo sperare che qualcuno mi capisca e mi apprezzi … possibilmente prima di un secolo o due. (risata)
D - Che progetti ci sono per Klaus nel breve periodo?
R - Al momento sto seguendo la direzione artistica di un esclusivo jazz club milanese; il Cost www.ristorantecost.it, mentre a febbraio è in cantiere - ancora da confermare - una bella diretta Rai nella trasmissione “I sogni son Desideri” insieme ai campioni di pattinaggio sul ghiaccio “Golden Celebrity”, poi Cesare Cadeo mi sta ritagliano uno spazio “live jazz” nella sua trasmissione per Telenova, ovviamente ci sono sempre in cantiere concerti in giro per l’Europa a partire dall’Austria, come ricordavo prima il Cd del progetto orchestrale live “My Father’s Smile” e un altro in cui canto e mi accompagno da solo chiamato “I Can’t Stand The Standard”, che sta diventando un progetto da proporre nei teatri italiani anziché solo ai jazz festival.
D - Da cosa sarà caratterizzato questo progetto solista?
R - Dal mio modo istrionico di gestire Il palco, dal mio “poderoso” swing, dai virtuosismi pianistici che raramente i cantanti possiedono e cito qualche esempio per dare un’idea: Harry Connick Jr, Peter Cincotti, Jamie Cullum. Ma anche da un rapporto sincero con il pubblico a cui voglio raccontare tutto di me; il mio ottimismo di fondo, la mia spiritualità maturata attraverso le difficoltà di vita sofferta e la mia gratitudine per le soddisfazioni artistiche con cui Dio mi ha compensato.
D - Perché definisce la sua vita difficile?
R: Deve sapere che io sono orfano, un nobile orfano per l’esattezza, ma poiché io cerco di vedere sempre la bottiglia mezza piena, preferisco considerarmi non un figlio di nessuno, bensì un “figlio della musica” che brucia dal desiderio di esprimere, suonando, la sua grande gioia di vivere nonostante i dispiaceri della sua vita.
D - Perché si definisce un “nobile” orfano?
R - Nobile perché discendo da una antica famiglia di sangue blu di cui ha fatto parte il conte Giusto Bellavitis, eroe di guerra, matematico e primo senatore della Repubblica Italiana. Orfano perché mia madre non mi ha mai voluto e mio padre è mancato quando avevo tredici anni. Da allora sono rimasto solo con la mia musica fino a quando la vita si è fatta perdonare regalandomi una splendida famiglia con una moglie che mi capisce e mi sopporta e tre figli meravigliosi. Ho provato ad alleggerirmi dal peso dei ricordi scrivendo un libro che, pur rimanendo in un cassetto, ha interessato la “Produzioni Cinematografiche Valentini Group” che sta tentando di sceneggiarlo per un film.
D - Un Klaus artisticamente a tutto campo quindi.
R - Si, come ho detto fa parte della mia personalità essere eclettico e curioso. Non posso fare a meno di esplorare e tentare strade nuove, non riesco essere mai completamente soddisfatto perché c’è sempre un nuovo obiettivo da raggiungere. Questa tensione credo sia il motore dell’eccellenza artistica che io ricerco e che voglio offrire al mio pubblico.
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