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Abbiamo incontrato la giovane promessa della musica italiana che ci ha spiegato la sua idea di musica, il modo in cui la esprime e dove vuole arrivare.
In quel pomeriggio di fine febbraio a Treviso, la temperatura non era elevata e il freddo non pungeva. C'era solo un forte vento, freddo ovviamente, che spirava inesorabile.
Nel momento in cui presi in mano il cellulare e risposi alla chiamata il vento concesse una tregua al suo folle spirare, permettendomi così di capire in maniera chiara e limpida le parole del mio interlocutore: Raphael Gualazzi.
Il giovane compositore che ha incantato SanRemo con la delicata Follia d'amore risponde alle mie domande con cortesia e disponibilità. Condisce le risposte con particolari e aneddoti, perché desideroso di comunicare al pubblico il suo mondo, il suo essere, la sua musica.
Parliamo di te. Cosa ti ha spinto verso la musica e verso il pianoforte in particolare?
R: L'approccio al pianoforte è stato di curiosità in quanto da bambino mi affascinava la meccanicità dello strumento: premendo un tasto, si pizzica una corda che emette un suono. Ho imparato a 9 anni e poi a 14 ho deciso di iscrivermi al conservatorio. Durante i 10 anni di studio ho ascoltato molti generi musicali, dalla musica delle origini afro americana, ai suonatori di blues degli anni Trenta, fino ai Led Zeppelin.
A 20 anni poi ho sentito l'esigenza di scrivere qualcosa di mio che avesse come punto di riferimento il lirismo del blues mischiato alle conoscenze classiche apprese al conservatorio. Insomma un straight piano originale; la mia musica, infatti, non deriva da un studio filologico di un determinato genere, ma vive di contaminazioni.
Essendo tu autore e compositore delle tue musiche che cosa nasce per prima nella tua testa e da dove ricevi gli spunti per scrivere?
R: Le ispirazioni derivano da diversi contesti, non necessariamente da melodie che popolano la mia mente. Ad esempio durante il soundcheck percepisco i suoni che la sala, il luogo, il palco mi comunicano ed è successo che alcuni arrangiamenti nascessero proprio in queste occasioni. Solitamente sia il testo che la musica nascono insieme e dopo nella mia mente e nel pianoforte si evolvono. Alcuni brani sono nati con la stessa melodia e successivamente fattori esterni hanno permesso che si differenziassero; oppure certi altri nascono in inglese e dopo capisco che suonano meglio in italiano. Poi ci sono le collaborazioni..
Infatti così giovane, ma già hai condiviso il palco con dei mostri sacri della musica mondiale, come Michael Ray, Steve Ferraris e in ultimo Fabrizio Bosso a SanRemo. Da loro cosa hai appreso?
R: L'apprendimento è continuo e, per mia fortuna costante. Negli Stati Uniti mi sono esibito nel Vermont e nel New Hampshir nel progetto “The History of Master Jazz”. Qui hanno suonato 8 musicisti ognuno di loro con il suo bagaglio di musica; nello specifico ho suonato una musica fresca e nuova a metà tra lo straight piano e il rag-time. Ho sentito gli altri musicisti, ho suonato con loro in intere notti di jam; ho condiviso con loro la musica per giorni interi. Tutto questo mi alimenta: quando ascolto o collaboro, come nel caso di Bosso, mi metto in discussione, sperimento, allargo i miei orizzonti musicali.
A tal proposito quali sono le frontiere che desideri ancora sperimentare? Dove stanno i confini della tua musica?
R: Nel momento attuale confini non ne vedo, ma solo voglia di sperimentare, di creare nuova musica, di scoprire ancora altro per nutrire quella passione che mi ha rapito a 9 anni.
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