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Intervista a Natale Russo per conoscere questo gruppo prog siciliano
I Conqueror nascono nel novembre 1994. Immediatamente si rivolgono a composizioni originali che si discostano dalla forma canzone, combinando insieme variazioni armoniche e cambi di tempo che manifestano grande originalità. Per promuover il nuovo album, Madam Zelle, la band affronta un mini tour al nord Italia.
Infatti i Conqueror suonano con gli Arti & Mestieri e David Jackson al Verona Prog Fest. Il 1° giugno a Parma hanno come ospite Bernardo Lanzetti, ex PFM – Acqua Fragile. Tornati in Sicilia sono di nuovo sul palco per una fitta serie di concerti per presentare il disco appena uscito. In Settembre 2010 la band è nuovamente in studio per la realizzazione di altre due cover, per la Mellow, gli artisti tributati sono i Pink Floyd e gli Yes.
Il nome del vostro gruppo richiama qualcosa di lontano, cosa vuol dire Conqueror? perché vi chiamate così?
I Conqueror hanno voluto sempre essere un grande caleidoscopio di vari generi. L’origine è da ricercare in una vecchia canzone dei Genesis, appartenente al loro primo album. La nostra scelta agli inizi della band voleva essere un omaggio ad una della più grandi band del panorama progressivo mondiale, in seguito ci siamo affezionati e non lo abbiamo mai toccato, in secondo luogo ci piaceva il suono, era semplice da pronunciare, il significato di conquista era interessante per dei ragazzi che cominciavano una nuova avventura musicale…
Madame Zelle è il vostro quarto disco, come nasce l’idea di costruire un concept album su Mata Hari?
Se non consideriamo il mini cd Sprazzi di luce uscito nel 2009 questo è il nostro quarto disco: l’idea di dedicare un concept album ad una figura femminile realmente esistita ci sembrava molto interessante. L’idea di Mata Hari risale a circa tre anni addietro, pensavamo di sfruttare l’idea dopo un disco di canzoni non necessariamente legate da un filo conduttore, però man mano che il tempo passava e ci documentavamo, la strada si delineava automaticamente e quindi passammo alla fase compositiva tralasciando l’idea del disco di canzoni.
Dopo esserci imbattuti in maniera del tutto casuale nella biografia di Mata Hari, ci siamo innamorati della fragilità della persona, ed anche della profonda tristezza che si portò dietro per tutta la vita. A collidere con questa sensazione, c’era il grosso contrasto della sua fama di ballerina senza veli e di “femme fatale” osannata e desiderata in mezza Europa, i suoi intrecci come spia con i Tedeschi e con i Francesi, ed il triste epilogo con una fucilazione a nostro avviso tanto spettacolare quanto esagerata, vittima di un processo celebrato ad arte.
Quali sono le influenze musicali del gruppo?
Le più disparate possibili. Tutti, ma davvero tutti i generi convergono nelle nostre menti, proveniamo da stili diversi: psichedelia, rock americano alla Toto per intenderci, ma anche elettronica del tipo Kraftwerk o più kitsch alla Rockets, quest’ultimi citati chiaramente sull’ultimo Madame Zelle… ancora nessuno è riuscito a scoprire in quale punto del cd li omaggiamo!
Quando ci mettiamo a comporre se vediamo che ci stiamo avvicinando a qualcosa di già fatto deviamo subito, cerchiamo di far coesistere moduli compositivi mai sentiti prima nel genere. In particolare nella suite Morgana (da Storie fuori dal tempo), abbiamo attuato questa tecnica, infatti la prima parte della composizione è classicamente nei canoni del prog, nella seconda parte invece abbiamo battuto terreni che difficilmente si sentono nel genere. Dal mio punto di vista è stata una bella mossa, in fin dei conti il prog dovrebbe essere un genere di crossover dove far convergere diversi generi. I puristi di solito storcono il naso, ma la maggioranza fortunatamente ha gradito questo atteggiamento compositivo.
Non rinnegate la canzone melodica italiana, a differenza di tanti vostri colleghi: qual è il vostro rapporto con la canzone e quali sono i vostri riferimenti?
Assolutamente no! Siamo Italiani sarebbe stupido gettare fango su quello che è il nostro patrimonio culturale. Sì, cerchiamo di essere più fruibili possibili sia nei testi che nelle linee melodiche, anche perché i brani spesso si protraggono fuori dai canonici 4/5 minuti, e sono composti da diverse parti. Utilizziamo la voce come collante, niente di che intendiamoci, soltanto una buona dose di buon senso senza lanciarsi in voli pindarici che rischierebbero di appesantire l’ascolto. Cerchiamo in pratica di economizzare le melodie vocali…
Siete nati nel 1994 e siete considerati una delle band più accreditate di progressive italiano, come mai avete scelto questo genere?
Effettivamente esistiamo da un bel po’ di tempo, anche se discograficamente siamo attivi dal 2003: mettere insieme il gruppo è stata la cosa più difficile, infatti vivendo in un piccolo paese di provincia, le “risorse” a cui attingere sono state davvero poche, diciamo che all’inizio si è fatta “scuola” a tutti gli effetti.
Il genere non lo abbiamo mai scelto, ci siamo arrivati spontaneamente, non c’è mai stata una propensione verso questo o quello (almeno agli inizi), venivamo tutti da estrazioni musicali profondamente diverse. Per la prima prova che abbiamo fatto ci siamo messi a suonare cover di musica italiana, dalla seconda in poi eravamo già su composizioni nostre, ed in una di queste primissime prove nacque quasi spontaneamente il brano Quartar, in versione quasi identica a quella che si può ascoltare sul nostro primo cd Istinto.
Qual è lo stato di salute del prog italiano?
Il prog in Italia rimane nell’immaginario collettivo legato ai grandi nomi del passato, ed a parte qualche rarissimo appassionato, la gente ricorda soltanto i tre/ quattro nomi storici che un po’ tutti conoscono. Questo è un peccato perché molto materiale di notevole spessore che è stato pubblicato negli ultimi 20 anni è di fatto totalmente sconosciuto.
Non possiamo farne una colpa soltanto ai potenziali fruitori, la storia è vecchia e lunga: le radio snobbano il genere da sempre ed anche nelle ore notturne, hanno (a loro dire) esigenze di palinsesto, la televisione neanche a parlarne: c’è il buio totale praticamente da sempre, i concerti ed i festival (che ultimamente si organizzano sempre più numerosi) nonostante la pubblicità ed il gran baccano che si fa sulla rete, vedono partecipazioni bassissime, ed anche quando c’è il grosso nome a far da traino non si arriva a superare i 300/400 presenti. Questa purtroppo è la scena Italiana, e pensare che nei primi anni ’70 la situazione era diametralmente opposta.
Mi spiace constatare che tutto questo va a collidere con una produzione discografica nettamente aumentata rispetto al passato, ed in certi casi di ottimo livello. Diciamo anche che dischi se ne vendono sempre meno e si scaricano sempre più (senza ascoltarli). Le grosse case discografiche incassano meno: figuriamoci se spendono un centesimo per produrre un gruppo prog sconosciuto.
Negli ultimi anni la scena musicale siciliana è davvero frizzante, voi come la percepite?
La scena Siciliana è stata sempre molto frizzante, ci sono una marea di band che nascono dal nulla, durano una stagione e poi diventano un’altra cosa. Abbiamo dei grandi nomi che valgono tantissimo, mi riferisco a Battiato, Carmen Consoli, due grandi artisti che hanno saputo traghettarsi dall’anonimato alla fama internazionale. Siamo un popolo di instancabili sognatori, inseguiamo ideali ed idealizziamo la nostra vita anche in ambienti molto difficili sotto il profilo artistico. Anche qui ci sono tanti talenti che rimarranno ai più sconosciuti, ma che vanno avanti con una determinazione micidiale.
Siete molto attivi sul fronte Live, i Conqueror si esprimono meglio dal vivo o in studio? Sul fronte live vorremmo esserlo molto più attivi, purtroppo non abbiamo fatto molti giri fuori dalle nostre zone, anche se ultimamente qualche “capatina” al Nord si fa sempre più spesso, e con ottimi consensi da tutte le parti. In quanto alla contesa tra studio e live, ovviamente c’è un mondo di differenza: il live per così dire rappresenta la prova definitiva del tuo saper trasmettere le sensazioni ad altri, è un momento magico (meglio quando c’è tanto pubblico), dove si crea una sinergia tra spettatore e musicista. Lo studio a mio vedere è fantastico, è un momento di concentrazione ed isolamento totale.
Come nasce un disco dei Conqueror?
Un disco non nasce a “comando”, questo è certo, ci vogliono belle idee e grandi motivazioni di base, che ovviamente devono essere condivise da tutti i membri del gruppo, aspetto questo non secondario (mettere d’accordo cinque persone non sempre è facile), se infatti si ci “sintonizza” sullo stesso canale si procede spediti e le idee musicali non tarderanno a fluire in maniera continua.
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