Un racconto schietto e intrigante, 800 giorni alla Rai, un'impresa affascinante e impossibile.
Ho stima e simpatia istintive, da molto tempo, per Mauro Masi, direttore generale della Rai per 800 giorni, dall’aprile 2009 al maggio 2011. La motivazione dell’istinto è assai semplice: a mio parere, Masi è un uomo di mente assolutamente libera, e tale mi considero anch’io.
Nelle menti libere possono esserci affinità o addirittura appartenenze a convincimenti politici, religiosi, culturali, e /o ad altro ancora, ma sempre resta inviolabile la libertà di giudizio del proprio pensiero. Masi, prima di tutto, è un esemplare servitore dello Stato. Dopo gli studi, perfezionati in America, è entrato alla Banca d’Italia e poi, salvo un proficuo passaggio alla Siae come commissario straordinario, ha lavorato per la Presidenza del consiglio dei ministri, con vari incarichi di primo piano.
Senza colore politico, indifferentemente con governi di centrodestra e di centrosinistra: un riscontro evidente della sua qualità professionale. Non so poi perché abbia accettato – nessuno è perfetto !... - l’impresa temeraria di tentare di rimettere a posto l’ambaradam della Rai, come direttore generale. E in viale Mazzini le strettoie e le interdizioni si sono rivelate assai più ambigue e micidiali alla fine, rispetto ai precedenti meandri della burocrazia di Stato, congiunta dovunque alle oppressioni della politica.
Masi ha ora pubblicato un libro, insieme con il giornalista Carlo Vulpio, sulla sua straordinaria esperienza alla Rai. Il fatto che abbia scelto Vulpio come partner per la stesura della sua storia e delle sue confidenze è un’ulteriore conferma del suo cervello libero. Vulpio, infatti, è di tutt’altro curriculum e di tutt’altra impostazione professionale, un eccellente giornalista, che ha firmato con passione varie inchieste su scandalosi casi di cronaca e sulla guerra nella ex Jugoslavia. E in precedenza, tra l’altro, Vulpio ha pubblicato un libro che dice tutto fin dal titolo “Roba Nostra.
Storia di soldi, politica, giustizia, nel sistema del malaffare”. Come Masi e Vulpio possano essersi incontrati per dialogare e provocarsi a vicenda è per me un autentico miracolo intellettuale, che fa ben sperare per il futuro di questo nostro tormentato Paese. Intendo dire che la salvezza, non tanto per noi anziani, ma per i giovani cittadini di un Paese stritolato da una politica ottusa e corrotta, e affamato senza colpa da leggi sempre più fiscali e poliziesche, senza alcuno spazio per la meritocrazia, potrà arrivare solo, a livelli diversi, dal fortunato incontro tra persone capaci, con opinioni diverse, di confrontarsi tra di loro in modo onesto e costruttivo.
Ma rieccomi al libro. Grazie, giornalisticamente, a Masi e Vulpio! Mi limito a dire che nel libro, senza tantigiri di parole, sono affrontati e svelati molti episodi che hanno attirato, golosamente e a volte morbosamente, l’attenzione dei lettori dei giornali e dei telespettatori. I retroscena delle decisioni assunte per tanti sciagurati programmi e le difficoltà provenienti dal suk interno ne sono la cornice. Il racconto dello scontro duro tra Mauro Masi e Michele Santoro e, per altre occasioni, tra il dg e i santoni dello show system e i politici annidati dietro ogni cespuglio, insieme con la cronaca minuziosa (redatta da Vulpio) della gestazione e della traumatica interruzione del programma di Vittorio Sgarbi, sono le perle imperdibili della narrazione.
Sgarbi - altro personaggio libero, di vocazione costante a una incontrollabile libertà - nella prefazione scrive, tra l’altro, che Masi oltre che intelligente è anche vanitoso. Concordo pienamente e aggiungo: è lo stesso direttore generale ad ammetterlo con disinvoltura e in maniera paradossale, confidenziale, nel suo stesso libro (interessanti e non comuni le sue ammissioni e alcune maliziose allusioni all’universo femminile, particolarmente ricco in Rai). Beati gli uomini che sanno ammettere i loro limiti e le loro debolezze.
Perché Masi, nonostante la tenacia e l’esperienza, non è riuscito ad imporre il rispetto delle regole e la fondamentale centralità e parità di opinioni, nell’azienda pubblica? Per me, la risposta è semplice: considerando lo scenario turpe e volgare della società italiana di oggi, nessun santo e nessun mago vi riuscirebbe, nessun predecessore e nessun successore può riuscirvi.
E Masi certo non è santo e neanche mago, bensì un uomo per bene, che - altrove - ha risolto e risolverà problemi non meno delicati di quelli della Rai: con rigore e obbedienza non solo verso le leggi, ma anche con rispetto (previsto dalla nostra Costituzione, è bene ricordarlo) della persona. Altrove, però. E dunque e infine cosa farà Masi in futuro? Mi auguro che possa, presto e al meglio, rientrare nel sistema dei servitori dello Stato.
Ma forse, pensando anche alle sue capacità estroverse e alla sua radicale indipendenza (nonchè alla sua vanità…), l’ex direttore generale della Rai, sconfitto ma non domo, farebbe bene anche in politica. Epperò, nel caos dilagante di oggi, in quale aggregazione politica ed elettorale? Questo, tuttavia, non è un problema – posto che Masi abbia voglia di affrontarlo – solo suo.