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Scritto da Ufficio Stampa
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Lunedì 07 Febbraio 2011 21:01 |
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Il giovane storico esamina in un suo studio la questione della Carta del Lavoro.
Cogliamo l'occasione di incontrare Giorgio Grasso per parlare del suo lavoro pubblicato con la casa editrice Liber Iter 'Stato e lavoro nell’esperienza fascista (1919-1927). La questione della Carta del Lavoro'.
-Che importanza ha per lei lo studio della storia? Più che di importanza parlerei di necessità fisiologica: necessità di venire a conoscenza delle tappe evolutive dell’umanità. Potrà sembrare banale ma se siamo ciò che siamo lo dobbiamo agli eventi che furono; desiderare sapere attraverso quali percorsi siamo giunti al mondo contemporaneo è un qualcosa da cui non sono mai riuscito a prescindere.
-Quando è nata questa passione? Non ricordo con esattezza il momento della “folgorazione” ma ritengo che già quando al liceo i docenti iniziarono a trattare certi argomenti di storia contemporanea con una superficialità nonché unilateralità tali da apparire quantomeno sospette ad un sedicenne, quest’ultimo abbia sentito il bisogno di sentire altre voci, attivando così quell’attività di comparazione delle fonti che è indispensabile anche per uno storico alle prime armi.
-Che difficoltà ha avuto nel suo percorso prima di studio e poi di lavoro? Non ho registrato alcuna difficoltà nel percorso scolastico prima e universitario poi; certo, dal punto di vista del lavoro pare proprio sia dura.
-Ritiene che questo settore possa offrire una valida opportunità di lavoro? Si, ne sono sicuro…anzi, no, non lo so, l’unica cosa sicura è che desidero inserirmi nel settore della ricerca storica, a livello scientifico, con il sogno di trovare un documento inedito attorno al quale far nascere un lavoro che possa apportare un contributo illuminante allo studio di fenomeni storici magari trascurati dalla storiografia “dei vincitori” o “di regime”.
-In che modo si inserisce lo studio della Carta del Lavoro nella sua esperienza di studioso? Avendo scelto di nutrirmi di Storia contemporanea, le dinamiche legate al Ventennio fascista sono cibo essenziale, sine qua non, per decodificare tutti, e sottolineo tutti, i fenomeni del secolo scorso.
-Quali sono state le sue principali fonti? Oltre ai lavori, imprescindibili, del De Felice e dei suoi allievi, ho potuto utilizzare fonti e manoscritti dell’epoca, in particolare gli scritti del ministro Giuseppe Bottai che più di chiunque altro teorizzò e sognò la realizzazione del sistema corporativo nell’Italia fascista, nonché diversi numeri della rivista “Critica fascista” anch’essa diretta da Bottai.
-Può contribuire lo studio di quest'opera per comprendere o modificare la legislazione attuale? Certamente. Se la Carta del Lavoro è rimasta una splendida incompiuta, grazie ad essa la legislazione sociale del secondo dopoguerra si è trovata la strada spianata nel formulare leggi a tutela dei lavoratori.
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