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Coordinatrice delle campagne antidiscirminazione per conto di Amnesty International, ci parla del lavoro, dell'Italia e dell'Europa.
Un forte senso per la giustizia, ottime capacità di organizzazione, fame di confronto ed una mente aperta: queste le caratteristiche che meglio descrivono l’ultima persona intervistata per l’e-book “CercolavoroaMilano”: si tratta di Veronica Scognamiglio, coordinatrice delle campagne antidiscriminazione a livello europeo per conto di Amnesty International. Un viaggio nel bello e nel brutto del nostro continente, con un pensiero all’Italia vista da lontano. La pubblicazione, curata dalla casa editrice Liber Iter, uscirà la prossima settimana.
- Partiamo dal presente: sei impegnata in un compito difficile e prestigioso. Quali competenze utilizzi per svolgerlo al meglio, con che tipo di quale squadra lavori?
Credo che la competenza principale per il lavoro che svolgo sia la capacità di dialogare con i diversi interlocutori coinvolti nell’attuazione della campagna Per un’Europa senza discriminazione, ovvero i colleghi del Segretariato Internazionale a Londra, i colleghi delle diverse entità di Amnesty in Europa – ovvero 24 diversi uffici in Europa – e naturalmente i colleghi del mio ufficio di Bruxelles, i quali si concentrano prevalentemente sul lavoro di lobby a livello delle istituzioni europee. La squadra che é dietro la campagna in sé é piccola – composta da me, la mia assistente e il ricercatore tematico su discriminazione che ha sede a Londra – ma il livello di interazione e il numero di colleghi coinvolti nel nostro lavoro é in sostanza molto elevato. Per riuscire a coordinare il lavoro svolto ai diversi livelli ci vuole non solo capacità di ascolto e interazione, ma anche l’abilità di trovare la sintesi, il punto di incontro tra le diverse opinioni e posizioni, al fine di generare strategie di azione condivise che possano essere attuate con successo dai diversi attori coinvolti in quel grande, complesso movimento che é Amnesty International.
- Spiegaci i contenuti del tuo lavoro
La nostra campagna ha come obiettivo finale quello di assicurare a tutti gli individui in Europa una protezione adeguata contro la discriminazione tramite l’adozione di legislazioni e misure volte a garantire l’eguaglianza di diritti e le pari opportunità, l’eliminazione di leggi e politiche discriminatorie, e la lotta agli stereotipi e pregiudizi contro le categorie discriminate. Amnesty International si concentra in particolare su alcuni gruppi che sono particolarmente vulnerabili alla discriminazione, quali i Rom, le persone LGBTI (lesbiche, gay, bisex, trans gender e intersex) e i musulmani in Europa. Inoltre, teniamo conto della doppia discriminazione sofferta dalle donne quando esse sono anche parte di una minoranza, che è ad esempio il caso di molte donne musulmane. Il messaggio principale di Amnesty International é che la discriminazione é una violazione dei diritti umani, ovvero del diritto a non essere discriminati che é garantito da una serie di trattati internazionali e regionali sui diritti umani ai quali hanno aderito la maggior parte dei paesi europei, che quindi é inaccettabile e i paesi europei devono porvi rimedio.
- Viaggi spesso per Amnesty: quale idea ti sei fatta delle discriminazioni in Europa, passando di paese in paese e confrontandoti con gli operatori di tutta la comunità?
Dal momento che svolgo prevalentemente un lavoro di coordinamento, viaggio soprattutto per incontrare lo staff e i volontari di Amnesty in altri paesi europei in riunioni di coordinamento e per rappresentare la campagna in istanze quali conferenze e seminari di organizzazioni internazionali, ONG e università. Ho però anche il privilegio di compiere un certo numero di missioni all’anno che riguardano invece la ricerca sul terreno – in particolare, quest’anno ho accompagnato nelle missioni di esplorazione il ricercatore tematico di Amnesty per un progetto di ricerca sulle discriminazioni contro i musulmani in diversi paesi europei tra cui Belgio, Olanda e Spagna. Altre volte partecipo direttamente al monitoraggio di eventi quali i Pride in paesi a rischio quali la Lituania e la Serbia. In tali occasioni, l’idea che mi sono fatta è che vi sono alcune tendenze comuni in Europa – in generale, vi sono pregiudizi e stereotipi diffusi nei confronti delle persone di religione musulmana e nei confronti dei rom – ma anche che l’Europa è un continente dalla realtà variegata, dove siamo ancora lontani dall’avere un’Europa davvero unita e basata su valori realmente condivisi. Credo che questo sia particolarmente evidente nel caso dei diritti delle persone LGBTI.
- Come posizioni l'Italia in questa "classifica" e perché?
Vi sono diversi indici che “misurano” come l’Italia si classifica nell’ambito del rispetto dei diritti delle donne e delle minoranze, e purtroppo tali indici rivelano un quadro impietoso. L’Italia è uno dei paesi sviluppati con la maggiore ineguaglianza tra uomini e donne in tutti i campi secondo le Nazioni Unite; uno dei paesi in Europa col più basso indice di protezione contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere secondo ILGA-Europe – peggio dell’Italia nell’Unione Europea, ci sono solo Malta e Cipro.... Mi auguro che l’Italia cambi presto rotta e affronti il problema delle discriminazioni e dell’integrazione, altrimenti ci si ritroverà con una bomba ad orologeria che finirà per scoppiare a causa delle tensioni latenti tra le diverse comunità, che hanno radici naturalmente anche nella mancanza di conoscenza reciproca. Ed è fondamentale che si affronti la questione della mancanza di pari opportunità per le donne: non è solo una grave ingiustizia sociale e una violazione dei diritti che le donne vivono in gran numero in Italia: la mancanza di piena partecipazione delle donne alla vita del paese è una condanna all’arretratezza e alla decadenza che immancabilmente colpirà il paese a breve...
- Perché hai scelto di andare proprio a Bruxelles e genericamente di lasciare l'Italia?
Oltre a quanto detto sopra, potrei aggiungere che a causa della mia formazione e del mio desiderio in particolare di occuparmi di diritti umani pur restando in Europa e relativamente vicina alla mia città di origine e alla mia famiglia, la scelta di Bruxelles è stato piuttosto obbligata, anche se credo che in futuro le competenze e l’esperienza acquisite mi permetteranno di spostarmi altrove. Ho provato a cercare lavoro in Italia, ma nei settori in cui ero interessata o non vi erano offerte di lavoro, o non erano remunerate in modo da permettermi di essere economicamente indipendente, oppure non riuscivo mai a ricevere una risposta, un riscontro, differentemente da quando facevo domanda all’estero, dove generalmente cercano di risponderti anche quando si tratta di una risposta negativa, oppure dove il processo di reclutamento è chiaro fin dall’inizio – con indicazioni precise circa le scadenze entro le quali bisogna fare domanda, entro quando si riceve risposta, se è previsto che inviino una risposta anche quando si tratta di un responso negativo, e così via. In sintesi, ho lasciato l’idea perché ho temuto che non sarei mai riuscita a realizzarmi professionalmente, e visti gli ostacoli, le frustrazioni e le beffe che hanno invece affrontato coloro tra i miei amici e conoscenti che sono rimasti in Italia, mi rende triste dirlo, ma temo che sia stata la scelta migliore andarmene.
- Cos'ha insegnato il nostro paese all'Europa e cosa dovrebbe invece imparare, viceversa? L’Italia è stato uno dei paesi fondatori della Comunità Europea, e figure di grande calibro di europeisti come Altiero Spinelli – al quale è dedicato uno degli edifici principali del Parlamento Europeo – hanno marchiato la storia delle istituzioni europee con l’esempio positivo di uno spirito europeo idealista, improntato a costruire un’Europa improntata sui valori della solidarietà, della democrazia, della pace. Un’Europa che non fosse solo un mercato unico, ma il luogo della cittadinanza europea. L’Italia e l’Europa stessa sembrano invece avere smarrito lo spirito originario che ha contraddistinto il progetto europeo – dove sono l’apertura, la solidarietà, l’idea di un destino comune? L’Europa oggi giorno pare tristemente barricata dietro delle barriere che celano una fortezza di cartone, che sembra sul punto di essere spazzata via dalla crisi sui mercati….
Tutti gli stati dell’Unione Europea hanno bisogno di imparare nuovamente lo spirito delle origini, e trovare soluzioni comuni a problemi comuni – neanche la Germania si salverà da sola dalla crisi economica e finanziaria, se crollano tutti gli altri paesi e in primis l’Italia che è il paese con la più grande economia in crisi nel momento attuale. “Together we stand, divided we fall”, come cantavano i Pink Floyd: se i leader europei non comprendono questo, allora sì non solo l’Italia, ma anche il progetto complessivo dell’Unione Europea è destinato al fallimento. E poi le istituzioni europee devono migliorare la comunicazione con l’opinione pubblica, e cominciare ad eliminare gli eccessivi privilegi degli eurocrati – altrimenti, in tempi di crisi, la gente comune si aliena in maniera crescente da istituzioni percepite come distanti, astratte e fucina di privilegi, quando invece l’azione dell’Europa può fare la differenza nella vita degli europei: attraverso i suoi programmi di crescita, di finanziamento di progetti che non sarebbero possibili senza i fondi europei, attraverso leggi che assicurano la protezione dei diritti dei cittadini europei.
- Come mantieni i legami con l'Italia e cosa ti manca di più?
Mantengo i miei legami principalmente attraverso la mia famiglia e gli amici e conoscenti che sono in Italia, attraverso i mezzi di comunicazione – non posso smettere di interessarmi di quello che succede nel mio paese – e anche attraverso la cucina, dato che preparo quasi sempre piatti italiani. Quello che mi manca di più, a parte la mia famiglia, è una certa convivialità e allegria, spirito nel godersi la vita che raramente si trova in altri paesi europei, specie nel nord Europa. Mi manca il clima mite e lo splendido mare Mediterraneo che bagna la mia città di origine: di quest’ultimo ho nostalgia più ancora che della mia città. A volte diventa un sentimento forte, specie mentre osservo i miei genitori invecchiare: non a caso cerco infatti di andarli a trovare il più spesso possibile. Per affrontare la nostalgia, cerco però anche di non scordarmi quello che non mi manca: la mancanza di prospettive di lavoro e carriera, la retorica sulla famiglia senza fare mai nulla per le famiglie, la discriminazione verso tutti coloro che non si conformano al modello dominante, la crescente intolleranza, la difficoltà di essere semplicemente se stessi senza subire pressioni di vario genere a conformarsi – che sia da parte della famiglia, del posto di lavoro o della società in generale.
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