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Mutatis mutandis

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Scritto da Francesca Fontanelli   
Sabato 16 Luglio 2011 14:27

L'abbigliamento dei ragazzi a scuola.


Un altro anno scolastico è terminato: tirate le somme, ormai sappiamo chi ha vinto l’annuale olimpiade con specialità unica: la volata finale con cambio d’abito incluso. Che la scuola, nelle testoline dei ragazzi fosse prossima alla conclusione, noi insegnanti lo avevamo individuato immediatamente e non tanto da una ripresa improvvisa della voglia di studiare quanto dal cambio di abbigliamento avvenuto tra la fine di aprile ed il mese di maggio: infagottati fino allora in felpe con i più svariati loghi, jeans e giubbotti possibilmente sfrangiati o bucati, all’affacciarsi del primo sole i giovanotti e le signorine compaiono tra i banchi in maniche corte, canottiere, calzoni a mezza gamba o gonne poco più lunghe delle mutande.

Le mutande.

Il problema delle mutande è una seria emergenza, che noi tutti insegnanti dovremmo iniziare a tenere in considerazione: ogni ragazzo/a che si rispetti ci tiene a far sapere a tutti che indossa l’indumento intimo per eccellenza e che dedica ogni mattina, con grande passione, diversi minuti alla scelta dello stesso. I maschi, in particolare, vestono appositi jeans di una o due taglie più grandi, e quando, con grazia tutta mascolina, sollevano le braccia per integrare al meglio uno sbadiglio che mostri le profondità più estreme della faringe, il pantalone cede ma la mutanda resta aderente al pancino lasciando intravedere trionfi di colori fluorescenti, marche, quadretti, disegni tribali e quant’altro. I più temerari osano mutande con i personaggi dei cartoni animati, che deliziano le fanciulle ma lasciano dubbiosi i compagni della squadra di calcio.

Le gentili signorine, più astute e ben più mondane dei coetanei, pienamente integrate nella visione contemporanea della donna fornita da televisione e rotocalchi, indossano quelli che sono stati definiti “fili interdentali”; portati con pantaloni a vita bassa, nel momento in cui si piegano per raccogliere qualcosa fatta cadere ad hoc danno modo ai compagni di distrarsi da una noiosa lezione di geometria e riemergere dal limbo nel quale erano precipitati.
L’abito o, in questo caso, la mutanda, non fa il monaco, mi si dirà; ma è interessante notare come al giorno d’oggi i ragazzi non si rendano conto della piccola sottile differenza che c’è tra il vestirsi per andare al mare con gli amici e vestirsi per svolgere quello che, per il momento è il loro lavoro: andare a scuola. Ma passiamo ad altro…

Bandite da alcune scuole le ciabattine infradito in plastica, le cosiddette hawaianas, i ragazzi continuano a indossare le pesanti scarpe da ginnastica che hanno portato anche quando la neve scendeva a fiocchi: ma indizio dell’estate è il portarle senza calzettoni…indizio profumato, direi, dal momento che entrare in una classe alla terza ora, a fine maggio, richiede una potenza polmonare di rara intensità. Le allieve, intanto, osano sandaletti con tacco dodici (a sedici anni, ovviamente) che ticchettano insistentemente sul pavimento del corridoio mentre si offrono volontarie per portare qualche foglio alla fotococopiatrice o in segreteria. Indossano calzature dalla la forma di stivali che hanno perso la punta e il tallone e qualche altro pezzo qua e là: la micro minigonna stile Calamity Jane è ovviamente un obbligo, in questo caso.

La gara di depilazione finisce in parità: da anni la tivù e i giornali pongono come problema universale, dopo la fame nel mondo, quello dei peli superflui: e se una volta erano solo le donne a sottoporsi al feroce rito della ceretta bollente sul polpaccio con strappo e acuto da arena di Verona incorporato, ora sono i maschietti a brillare, nel  vero senso della parola, perché una pelle depilata va idratata, lucidata, oliata e profumata: transitando fra i banchi durante una delle ultime verifiche prima della chiusura, l’insegnante può agevolmente specchiarsi nel bicipite dell’alunno T.A. per verificare se la piega fatta il giorno prima è ancora in ordine.

Maschi e femmine, indistintamente, portano mollettine per capelli, fasce e forcine, dato che la tendenza del momento è un capello medio-lungo che d’estate, si sa, fa sudare; se le scambiano in amicizia cercando di intonarle all’abito, così come si scambiano la pinzetta per le sopracciglia, accessorio indispensabile più del diario o del libro di testo, insieme ad un piccolo specchietto. Si, anche i maschi si depilano le sopracciglia: che si facciano le lampade abbronzanti è fatto talmente acclarato che non intendo dedicargli nemmeno un rigo.

Infine, i tatuaggi: dragoni, farfalle, poemi omerici, improbabili ideogrammi cinesi o giapponesi a proposito dei quali ho sempre avuto il dubbio che il tatuatore potesse aver scritto “ma n’do vai” invece di “dolce-vento-di-ponente-che-scompiglia-le-fronde-in-primavera”, messaggi criptati, elenchi di ex fidanzati, disegni maori, frasi celebri di personaggi più o meno noti e così via. Sottopostisi a torture della durata di interi pomeriggi, mostrano solo agli insegnanti di cui si fidano quello che considerano il loro tatuaggio più caro: a fine lezione, mentre l‘insegnante raccatta dalla cattedra gli ultimi scampoli di lavoro, si erge stentorea una voce: Prooofffff: guardi QUI!
Passato lo sgomento dell’attimo in cui il docente pensa che stiano puntandogli addosso l’ultimo modello di kalasnikov e mentalmente saluta i suoi cari, alzando lo sguardo vede un serpente a sonagli che attraversa per lungo la schiena del tanto timido alunno, un serpente colorato che sembra muoversi a seconda di come muove la schiena. Ne riferirà in sala docenti e scoprirà che solo a pochi è stato dato di ammirarlo; al collega di matematica che lo interrogava in proposito, lo stesso alunno ha mentito dicendo di non sopportare gli aghi e che mai si sarebbe fatto un tatuaggio.
Per un docente, si sa, questi sono traumi da non sottovalutare.

Ma vogliamo parlare allora della sana invidia che abbiamo per questi nostri alunni così ruspanti e così vivaci, liberi e ingenui allo stesso tempo, mentre noi ci dibattevamo tra un kilt e le ballerine o indossavamo orrendi pantaloni di velluto a coste beige con i mocassini di cuoio ?
In fondo, questo culto dell’apparire non è poi cosa nuova e poco proponibile: provate a spiegare ad un alunno di quinta superiore qualcosa sull’estetismo dannunziano: durante la verifica, fiero e sorridente vi risponderà con orgoglio che il sommo Vate era..un estetista!

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