|
Un ruolo nella scuola che sempre più sta diventando 'stabile' quando una volta era solo di passaggio.
Precario. La parola stessa evoca già di per sé scenari cupi e poco promettenti: un lavoro precario, un amore precario, un equilibrio precario e via dicendo ma, nel mondo della scuola il termine viene ulteriormente declinato in alcuni simpatici modi perché siano ben distinte le categorie interne ad esso…perché non esiste un precario generico: c’è il precario abilitato e quello non abilitato, quelli di prima, seconda o terza fascia e il top dei precari: il precario “storico”.
Quest’ultimo ovviamente è, tra i titoli, il più ambito: dona un’aura di autorevolezza, fa rivivere scenari dimenticati di lotte in piazza, pantaloni a zampa e fasce tra i capelli, emana potere dall’alto dei punti accumulati in anni di onorata carriera sul novello acquisto, che già sa a memoria i nomi di coloro che lo precedono e non crede ai suoi occhi quando se ne vede comparire davanti uno (allora…esiste!in effetti è un po’ come incontrare un attore o un calciatore famoso): ma sempre precario resta.
Gli ultimi anni hanno visto questo termine usato e abusato per giustificare tagli, vivisezioni, sistemazioni, quasi i precari della scuola fossero una reale minaccia per la sicurezza e l’integrità del paese: di volta in volta dipinti come l’esercito dei precari o come il contingente annuale, i precari del sud e quelli del nord creano nell’immaginario collettivo un’idea, neanche troppo remota, di pericolo imminente che va in ogni modo arginato.
Chi scrive può ormai fregiarsi dei galloni di precario storico di categoria superiore, che si raggiungono dopo almeno dieci anni di partecipazione alle cosiddette convocazioni annuali: come calciatori in attesa della maglia della Nazionale, i precari si ritrovano, generalmente in pieno agosto in una palestra/aula magna/sala conferenze di una qualsiasi città semideserta e attendono, quasi sempre per tutto il giorno sfiancati dal caldo e dalla sete (in estate i distributori d’acqua delle scuole sono desolatamente vuoti) che i “commissari tecnici”, alias i dipendenti degli USP o delle segreterie scorrano le liste per arrivare ai loro nomi: i più “fortunati” nella sventura, i primi in graduatoria, i Totti, Maldini, Del Piero della situazione, quelli che ormai non conoscono nemmeno più il suono della parola “immissione in ruolo” per le tante volte che sono arrivati a un soffio da afferrarlo e sempre per un soffio l’hanno perso, avanzano baldanzosi tra la folla sapendo di avere addosso gli occhi delle giovani speranze che sanno che dovranno accontentarsi delle briciole, degli spezzoni orari (si dice così) che loro, sdegnosamente, rifiuteranno.
Una volta ottenuto l’incarico annuale, il precario si reca nella scuola di nomina e qui iniziamo con i distinguo: la scuola può essere una vecchia conoscenza e il docente sarà accolto con sollievo dalla segreteria, che non dovrà immettere nuovi dati nel computer; tra colleghi e personale l’accoglienza varierà a seconda dei casi e andremo dal generico meno-male-almeno-questo-lavora al più privato si-laverà-di-più-quest’anno? fino al sopraffatto oh-no-ancora-lei/lui-e-adesso-i-ragazzi-chi-li-sente? In tutti i casi, al primo collegio e al nuovo incontro il coltello verrà mimetizzato, il sorriso sarà radioso e si sprecheranno complimenti e auguri.
Se la nomina a scuola invece è nuova, (ma come?lei insegna da così tanto e non era mai stato dei nostri? no, signora, qui non andava mai in pensione nessuno!) la segreteria dovrà attivarsi per le pratiche di rito e i colleghi, che si presenteranno come al solito con il più radioso dei sorrisi, inizieranno a porsi domande filosofico-esistenziali come da quale scuola viene?che tipo sarà?continuerà a vestirsi in questo modo?ma non è la moglie/marito/figlio di tizio?
Passati i primi lieti momenti, il precario scopre a sue spese che la scuola è come una grande caserma e, come mi fece notare anni fa un cara amica e collega, esiste il “nonnismo del precario”: qui i precari tornano nello stesso plotone e si azzerano le differenze tra nuovi, storici, antichi e moderni: al precario vengono spesso o (forse?) di norma affidate le classi difficili, quelle che nessuno vuole perché composte da elementi tremebondi, da consigli di classe con colleghi maldestri, anziani o scansafatiche, da numeri che rasentano l’impossibilità di un’interrogazione a testa a quadrimestre: le frasi come è una classe un po’ vivace, l’anno scorso abbiamo avuto qualche problemino, ma i peggiori sono stati bocciati accendono un preoccupante campanello d’allarme cui però i precari storici sono abituati. I più giovani, ovviamente, non sanno ancora cosa li potrebbe aspettare e accettano entusiasti, allettati dalla sfida: ma non sanno che il precario storico ed i colleghi in ruolo provano, diciamo, una certa malvagità a gettare gli inconsapevoli nell’arena per testare le loro reali capacità di sopportazione!
Il mio vuol essere ovviamente un discorso generale: ho conosciuto in questi anni, come penso molti altri nella mia situazione, ottime scuole con colleghi che mi hanno fatto sentire a casa, amicizie durature e sincere; per questo vorrei che il precario della scuola, che nonostante tutto continua a credere in questo lavoro e a volte lascia famiglia e affetti in attesa di una chiamata che possa essere quella definitiva meritasse la giusta considerazione: le armi del nostro contingente sono i libri, le carte geografiche, le provette di chimica e la voglia di poter fare bene il nostro lavoro e non penso che il nostro esercito sia da temere, quanto piuttosto da comprendere prima di tranciare giudizi definitivi su di esso: del resto, definitivo è un concetto difficile da capire per un precario.
|
Commenti