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Costume e Società
Achtoons scalda il cielo della Corea PDF Stampa E-mail
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Da Francesca Maffini   
Venerdì 22 Luglio 2011 23:41

L’Italia in concorso alla finalissima del Seoul International Cartoon & Animation Festival, con  “Il Magico Mondo di Sonni”, format a cartoni animati.


SonnyLa prima casa di produzione emiliana di cartoni animati Achtoons Srl diretta da Giovanna Bo e la prestigiosa impresa altoatesina THUN, leader nella creazione di articoli regalo e oggettistica in ceramica di qualità, hanno riscosso grande successo ed interesse tra produttori e buyers a Seoul in Corea del Sud all’International Cartoon & Animation Festival con l’innovativo format “Nel magico mondo di Sonni”, un cartone animato per bambini da 3 ai 6 anni, a sfondo educativo, che diventa tema narrativo, coniugando i valori delle aziende con le esigenze di un “format di genere” televisivo e cinematografico.

L’artigianato artistico di qualità ancora lavorato a mano di THUN incontra dunque il disegno dei sapienti illustratori e cartoonist di Achtoons fino a diventare un cartone animato in grado di dare vita ad un sogno per famiglie e bambini.
Un traguardo importante raggiunto da due creative aziende italiane che si sono unite in partnership e sono arrivate in finale, insieme, nella più importante kermesse orientale in programma dal 20 al 22 luglio 2011 nella sezione Promotional Plan. Entrambe investono risorse economiche ed un forte impegno comunicativo su valori educativi, ambientali ed emozionali da trasmettere alle nuove generazioni.

Il format destinato a fare scuola si intitola “Nel Magico Mondo di Sonni” e racconta in 3D le avventure di due fratellini in mezzo alla natura, tra gli animali, alla scoperta di forme e colori: il plot in concorso è di fatto prequel di una possibile serie televisiva a cartoni animati ispirata al mondo THUN e alle sue creature d’argilla, che si muovono con la morbidezza e le rotondità tradizionali delle celebri statuine. La vetrina asiatica è l’opportunità per Achtoons e THUN di presentare al mercato, in una congiunta azione strategica, non soltanto il cartone animato ma anche i libri bimestrali ad esso collegati con le storie scritte dall’autrice Federica Iacobelli, a carattere educativo.

La partnership in rete. Su circa 180 progetti provenienti da tutto il mondo – in particolare da paesi asiatici come Corea, Malesia e Cina, ma anche da Stati Uniti, Spagna e Francia – l’Italia ha concorso per la prima volta con il trade union di due aziende, fiori all’occhiello del made in Italy per il modo di fare impresa.
L’Italia si è sfidata, di fatto, con altri 20 progetti arrivati in finalissima sui 180 selezionati, di fronte ad una Giuria di Qualità formata da produttori e calali televisivi tra i quali Disney Channel e BBC.

THUN ha scelto Achtoons Srl.
Il brand di Achtoons Srl – la casa di produzione è attualmente in onda su Rai Yo Yo con la serie a cartoni animati “L’arte con Matì e Dadà” un vero e proprio progetto di edutainment culturale destinato al target preschool realizzato con Rai Fiction - è la riconoscibilità di uno stile unico, che non si omogeneizza sugli standard, ma fonde nella creazione di un progetto a cartoni animati elementi di “personalità d’impresa” voluta e ricercata attraverso mirate e coraggiose scelte valoriali.

"Per Achtoons - afferma Giovanna Bo, amministratore unico di Achtoons Srl - è la seconda volta a Seoul in concorso: sicuramente una importante vetrina internazionale che ci riempie di orgoglio. Quest’anno portiamo con noi l’eccellenza di THUN con cui abbiamo costruito questo nuovo progetto guidato da valori comuni, condivisi. Donare ai bambini un ambiente sereno, armonioso, pulito in cui vivere; restituire all’infanzia la spensieratezza del contatto con la natura ed i giochi più tradizionali; incentivare i bambini alla manualità, in questo senso un cartone animato avventuroso, allegro, stimolante, con una grafica non aggressiva, dai ritmi più slow ma pieno di inventiva può fare molto”.
“Ed è il caso, forse, di citare una frase della Contessa Lene Thun, fondatrice dell’azienda altoatesina, per noi fonte d'ispirazione de “Il Magico Mondo di Sonni” nell'elaborazione del concept di un progetto che oggi ci vede in finale in Corea: ‘È questo il bello dei sogni: che qualche volta si avverano’” ha concluso Giovanna Bo.

Achtoons trasforma THUN in Storyteller a cartoni animati. Innovativa è la scelta di THUN che, dal mondo del design e della ceramica, non soltanto sceglie il linguaggio dei cartoon per avvicinarsi al mondo dei bambini, ma addirittura coglie la sfida di diventare insieme ad Achtoons “storyteller” tra immagini, parole e valori. “Il Magico Mondo di Sonni, con i suoi simpatici protagonisti ed uno stile in linea con i nostri valori aziendali, è stato per noi la piattaforma di lancio per il notevole ampliamento della gamma Bimbo che stiamo attuando – spiega Paolo Denti, amministratore delegato THUN – Le icone del cartoon, Mia, Leo e Sonni, hanno riscosso grande successo tra i nostri clienti ma soprattutto tra i bimbi: infatti i piccoli visitatori dell’area bimbi nel nostro flagship store, il Thuniversum, rimangono completamente incantati da questo filmato, che trasporta al meglio i valori del mondo THUN come la fantasia, l’amicizia ed il rispetto per la natura.”

“Siamo perciò molto fieri di fare parte insieme ad Achtoons al concorso di Seoul e di poter presentare al mondo questi personaggi, simpatici e valoriali” commenta Paolo Denti. La filosofia di Thun è far rivivere i valori dell'infanzia, i sogni, la magia ed il calore attorno ai bambini. Cosa ci può essere di meglio, oggi, un cartone animato? E’ la traduzione di elementi di design creato a mano in immagini in movimento.

La storia del Cartoon in concorso. I piccoli Mia e Leo, i due fratellini protagonisti, viaggiano nel magico mondo di Sonni, il Sole che li accompagna quale amico fidato. Le montagne in cui è ambientata la storia sono quelle straordinarie dell’Alto Adige, ma diventano idealmente i percorsi della vita, i boschi della crescita di un bambino, le vette dei sogni da raggiungere, i sentieri verdi in cui l’infanzia – tra mille avventure ed incontri – si evolve.
ll magico mondo dei personaggi THUN – ad esempio il Sole, la Coccinella, il Riccio, il Castoro, lo Scoiattolo, l’Ape, la Farfallina – amati da adulti e bambini prendono vita in un cartoon destinato proprio ai più piccoli. Tanti sono i dettagli con cui prende forma un mondo da fiaba: c’è la bambola Nannaò che la bionda Mia abbraccia prima di dormire, ma anche lo “Zither”, tipico strumento musicale altoatesino; e c’è Sonni, il sole che da orologio segnatempo appeso alle pareti della cameretta diventa il compagno di giochi dei bimbi, scaldando il loro cuore con saggi consigli e tanta simpatia.

Info
www.thun.it
www.achtoons.it

 
Le idee degli studenti di Design della Moda PDF Stampa E-mail
Costume e Società
Da Davide Parpinel   
Mercoledì 20 Luglio 2011 19:25

Anche quest'anno si è svolto l'annuale proposta di moda degli studenti che frequentano il corso di laurea dello Iuav. Cosa c'è di nuovo e cosa da migliorare?


Pele Francesco CarraroAnno 2011. Quinta edizione dell'evento che sconvolge la noia sociale di Treviso e la invade di colori, abiti, accessori, vitalità, gioventù, idee: l'Open Day della Facoltà di Design della Moda dell'Università IUAV di Venezia con sede nella Marca.
Quest'anno il programma si è suddiviso in diverse esposizioni. Innanzitutto la mostra “In The Making” curata da Judith Clark allestita nella sede di studi; ha proposto i progetti dei circa 180 studenti che suddivisi nei tre anni frequentato i laboratori di progettazione.

Al Teatro Comunale è stato organizzato il “Graduation Show” ossia la sfilata di moda dei 15 abiti e dei 15 accessori realizzati dagli studenti del terzo anno nell'ultimo laboratorio. Il centro storico di Treviso, inoltre,  per il secondo anno ha visto nelle vetrine di alcune attività commerciali presentare i progetti delle 30 migliori tesi di laurea degli studenti laureati nell'anno accademico precedente, riuniti sotto il nome di “Newcomers”. Novità assoluta di quest'anno è stato l'evento-sfilata-mostra “End of the year show” curata da Judith Clark e Mario Lupano in cui i 20 studenti iscritti al primo anno della laurea magistrale in Design e Teoria della Moda hanno presentato i lavori da loro svolti nei laboratori e nelle collaborazioni tra la facoltà e le aziende di moda.
Cosa caratterizza e accomuna tutti questi eventi? Sicuramente la creatività degli studenti che però non sempre è emersa con la dovuta forza, soprattutto nella sfilata.

I 15 abiti proposti avevano un forte impatto estetico, ma la creatività del progettista, la sua idea nuova, il suo ripensare innovativamente non sono sono stati comunicati correttamente. Molti lavori sembravano forme incastrate luna con l'altra, visioni oniriche, colori accostati senza un criterio; a volte guardando le proposte si aveva l'impressione che gli abiti fossero creati unicamente per stupire e non per trasemettere un'idea, un pensiero creativo. Tranne nel caso dei progetti di Marta Busatto, Pele Francesco Carraro e Eleonora Cercato.Silvia Romanelli

La donna militare decisa e caparbia, ma rivoluzionaria e anticonformista come i mod della Busatto era comunicata dalla forme spropositate della riformulazione estetica del parka e dalla ristretta selezione cromatica del nero e del verde. Gli abiti di Carraro prendevano avvio dalle espressioni annoiate e da sbruffone dei modelli, per continuare nei colori sgargianti che vestivano un uomo semi dio strafottente e superiore al caos delle culture razziali tanto da indossare la giacca occidentale con il thawb, la veste delle popolazioni della penisola arabica. La Cercato, invece, ha riformulato la classica divisa militare marittima invadendola della geometria e del rigore delle avanguardie di inizio secolo, proposte in un colletto barocco squadrato e triangolare.

I 15 progetti di accessori sono apparsi, anch'essi, concettualmente poco innovativi. Hanno sfilato  borse, cappelli, cinture in cui non era visibile né facilmente comprensibile l'intreccio tra l'etnico e l'elemento della cultura visuale contemporanea, tema della sfilata di accessori. Anche in questo caso due eccezioni: Silvia Romanelli e Marta Zaffonato. La prima ha riflettuto sul modo in cui la natura possa creare sollievo all'uomo di oggi attraverso il tatto; per questo ha rivestito le borse di erba sintetica affinché il contatto con la natura sia costante. La Zaffonato invece ha ridicolizzato l'uomo da ufficio per renderlo più umano. I suoi accessori gli permetto di divertirsi, di ridere, di giocare, di scherzare con una borsa in cui può incastrare i piedi oppure con scarpe e borse in lavagna dove il manager può colorare con i gessetti.

Marta ZaffonatoSe la creatività e mancata in parte agli studenti, lo stesso si può affermare per gli organizzatori. L'unicità di questo evento nel panorama artistico italiano non può consolidarsi in un canone espositivo che ogni anno propone gli stessi eventi con il medesimo allestimento. La mostra In The Making ancora una volta ha esposto i manichini in sequenza o appesi al soffitto oppure posti su piedistalli, mentre gli accessori sono sempre confinati su tavoli. Un teatro, inoltre, non è il luogo più adatto per una sfilata in quanto l'ampia visione non permette di cogliere i particolari dei lavori.

A riscatto di tutto questo c'è stata la mostra “End of the year show”. É stata progettata per unirsi concettualmente al paesaggio del locale ospitante, una scuola superiore, in cui tra carte geografiche, corridoi lunghi e stretti e banchi di legno, apparivano modelli che si proponevano sulla passerella in loop o che giravano in tondo continuamente. La musica che li accompagnava, creata da Francesco “Fuzz” Brasini, era opprimente e continua come il loro perenne proporsi, in perfetta antitesi con la dinamicità e la sregolatezza della creatività che in una scuola come nella facoltà di Design della Moda si coltiva.

 
Ansia e stress: arte e musica come anti-depressivi naturali PDF Stampa E-mail
Costume e Società
Da Ufficio Stampa   
Martedì 19 Luglio 2011 23:13

Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Epidemiology and Community Health la cultura porta felicità.


E’ il sintomo che spinge ben dodici milioni e mezzo in totale di italiani ad essere consumatori abituali di "ansiolitici", cioè propriamente, i farmaci "antiansia".
Va poi notato che molti disturbi degli apparati viscerali sono considerati disturbi del "sistema nervoso", cioè disfunzioni degli organi su "base ansiosa".

Per combatterla più cultura, più felicità. Secondo infatti la ricerca, pubblicata sul Journal of Epidemiology and Community Health, condotta su oltre 50mila persone e rilanciata dall’INAIL che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” segnala, ha evidenziato che partecipare ad attività culturali o praticarle influisce positivamente sul benessere psicofisico e fa bene alla salute.

Partendo dal presupposto che, sia nell'ambito di particolari politiche di salute pubblica, sia nelle terapie mediche basate sull'incentivo alla fruizione di attività culturali le persone interessate hanno registrato un maggior tasso di longevità lo studio norvegese si è posto, così, l'obiettivo di analizzare quale relazione particolare possa connotare il piacere di arte e cultura con la salute e il senso di soddisfazione verso la vita. O, viceversa, con l'ansia e la depressione: patologie queste ultime che  insieme al fenomeno dello stress lavoro correlato  sono in costante aumento nella popolazione a livello internazionale, con prevalenza nelle metropoli e nei centri urbani più grandi, dove i ritmi di vita sono più frenetici.

I risultati della ricerca - pur riconoscendo la necessità di ulteriori approfondimenti per stabilire in modo esatto il nesso causa-effetto, indicano che tra coloro che partecipano ad attività culturali vi è maggiore soddisfazione nei confronti della propria vita e del proprio stato di salute e accusano più bassi livelli di ansia e depressione. Inoltre, questa relazione sembrerebbe più forte nelle attività da seguire come "pubblico"  per l'appunto, la partecipazione a una mostra d'arte,  piuttosto che in quelle creative, in cui si gioca un ruolo attivo, come la danza.

Gli stili di vita e i fattori ambientali essenziali per l'autonomia personale influenzano il benessere psicologico.  E di stare bene con la mente si è occupato anche uno studio pubblicato su Psychological Medicine, e condotto dal Centro nazionale di Epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell'Istituto superiore di sanità. I risultati della ricerca hanno mostrato come il benessere psicologico non sia influenzato solo da fattori genetici, ma anche da fattori ambientali e da stili di vita. I ricercatori hanno analizzato 742 coppie di gemelli, di 23-24 anni, esaminando, in particolare, sei dimensioni del benessere psicologico relative ad autonomia, relazioni positive con gli altri, crescita personale, accettazione di sé, scopo nella vita e padronanza ambientale.

In particolare, i fattori ambientali giocano un ruolo preponderante per quanto riguarda l'autonomia e la crescita personale. I risultati hanno anche mostrato che i fattori ambientali che hanno un'influenza sull'autonomia non sono gli stessi che hanno un'influenza sullo scopo nella vita, la crescita personale e l'accettazione di sé.

La promozione del benessere e della 'salute mentale positiva' non solo è possibile ma fortemente auspicabile, specie in specifiche popolazioni come gli adolescenti e le puerpere, e nei luoghi di lavoro. L'assenza di benessere psicologico rende gli individui più vulnerabili agli eventi stressanti e alle malattie, mentre la sua presenza aumenta le difese immunitarie e favorisce le capacità di recupero.

www.sportellodeidiritti.org

 
Mutatis mutandis PDF Stampa E-mail
Costume e Società
Da Francesca Fontanelli   
Sabato 16 Luglio 2011 14:27

L'abbigliamento dei ragazzi a scuola.


Un altro anno scolastico è terminato: tirate le somme, ormai sappiamo chi ha vinto l’annuale olimpiade con specialità unica: la volata finale con cambio d’abito incluso. Che la scuola, nelle testoline dei ragazzi fosse prossima alla conclusione, noi insegnanti lo avevamo individuato immediatamente e non tanto da una ripresa improvvisa della voglia di studiare quanto dal cambio di abbigliamento avvenuto tra la fine di aprile ed il mese di maggio: infagottati fino allora in felpe con i più svariati loghi, jeans e giubbotti possibilmente sfrangiati o bucati, all’affacciarsi del primo sole i giovanotti e le signorine compaiono tra i banchi in maniche corte, canottiere, calzoni a mezza gamba o gonne poco più lunghe delle mutande.

Le mutande.

Il problema delle mutande è una seria emergenza, che noi tutti insegnanti dovremmo iniziare a tenere in considerazione: ogni ragazzo/a che si rispetti ci tiene a far sapere a tutti che indossa l’indumento intimo per eccellenza e che dedica ogni mattina, con grande passione, diversi minuti alla scelta dello stesso. I maschi, in particolare, vestono appositi jeans di una o due taglie più grandi, e quando, con grazia tutta mascolina, sollevano le braccia per integrare al meglio uno sbadiglio che mostri le profondità più estreme della faringe, il pantalone cede ma la mutanda resta aderente al pancino lasciando intravedere trionfi di colori fluorescenti, marche, quadretti, disegni tribali e quant’altro. I più temerari osano mutande con i personaggi dei cartoni animati, che deliziano le fanciulle ma lasciano dubbiosi i compagni della squadra di calcio.

Le gentili signorine, più astute e ben più mondane dei coetanei, pienamente integrate nella visione contemporanea della donna fornita da televisione e rotocalchi, indossano quelli che sono stati definiti “fili interdentali”; portati con pantaloni a vita bassa, nel momento in cui si piegano per raccogliere qualcosa fatta cadere ad hoc danno modo ai compagni di distrarsi da una noiosa lezione di geometria e riemergere dal limbo nel quale erano precipitati.
L’abito o, in questo caso, la mutanda, non fa il monaco, mi si dirà; ma è interessante notare come al giorno d’oggi i ragazzi non si rendano conto della piccola sottile differenza che c’è tra il vestirsi per andare al mare con gli amici e vestirsi per svolgere quello che, per il momento è il loro lavoro: andare a scuola. Ma passiamo ad altro…

Bandite da alcune scuole le ciabattine infradito in plastica, le cosiddette hawaianas, i ragazzi continuano a indossare le pesanti scarpe da ginnastica che hanno portato anche quando la neve scendeva a fiocchi: ma indizio dell’estate è il portarle senza calzettoni…indizio profumato, direi, dal momento che entrare in una classe alla terza ora, a fine maggio, richiede una potenza polmonare di rara intensità. Le allieve, intanto, osano sandaletti con tacco dodici (a sedici anni, ovviamente) che ticchettano insistentemente sul pavimento del corridoio mentre si offrono volontarie per portare qualche foglio alla fotococopiatrice o in segreteria. Indossano calzature dalla la forma di stivali che hanno perso la punta e il tallone e qualche altro pezzo qua e là: la micro minigonna stile Calamity Jane è ovviamente un obbligo, in questo caso.

La gara di depilazione finisce in parità: da anni la tivù e i giornali pongono come problema universale, dopo la fame nel mondo, quello dei peli superflui: e se una volta erano solo le donne a sottoporsi al feroce rito della ceretta bollente sul polpaccio con strappo e acuto da arena di Verona incorporato, ora sono i maschietti a brillare, nel  vero senso della parola, perché una pelle depilata va idratata, lucidata, oliata e profumata: transitando fra i banchi durante una delle ultime verifiche prima della chiusura, l’insegnante può agevolmente specchiarsi nel bicipite dell’alunno T.A. per verificare se la piega fatta il giorno prima è ancora in ordine.

Maschi e femmine, indistintamente, portano mollettine per capelli, fasce e forcine, dato che la tendenza del momento è un capello medio-lungo che d’estate, si sa, fa sudare; se le scambiano in amicizia cercando di intonarle all’abito, così come si scambiano la pinzetta per le sopracciglia, accessorio indispensabile più del diario o del libro di testo, insieme ad un piccolo specchietto. Si, anche i maschi si depilano le sopracciglia: che si facciano le lampade abbronzanti è fatto talmente acclarato che non intendo dedicargli nemmeno un rigo.

Infine, i tatuaggi: dragoni, farfalle, poemi omerici, improbabili ideogrammi cinesi o giapponesi a proposito dei quali ho sempre avuto il dubbio che il tatuatore potesse aver scritto “ma n’do vai” invece di “dolce-vento-di-ponente-che-scompiglia-le-fronde-in-primavera”, messaggi criptati, elenchi di ex fidanzati, disegni maori, frasi celebri di personaggi più o meno noti e così via. Sottopostisi a torture della durata di interi pomeriggi, mostrano solo agli insegnanti di cui si fidano quello che considerano il loro tatuaggio più caro: a fine lezione, mentre l‘insegnante raccatta dalla cattedra gli ultimi scampoli di lavoro, si erge stentorea una voce: Prooofffff: guardi QUI!
Passato lo sgomento dell’attimo in cui il docente pensa che stiano puntandogli addosso l’ultimo modello di kalasnikov e mentalmente saluta i suoi cari, alzando lo sguardo vede un serpente a sonagli che attraversa per lungo la schiena del tanto timido alunno, un serpente colorato che sembra muoversi a seconda di come muove la schiena. Ne riferirà in sala docenti e scoprirà che solo a pochi è stato dato di ammirarlo; al collega di matematica che lo interrogava in proposito, lo stesso alunno ha mentito dicendo di non sopportare gli aghi e che mai si sarebbe fatto un tatuaggio.
Per un docente, si sa, questi sono traumi da non sottovalutare.

Ma vogliamo parlare allora della sana invidia che abbiamo per questi nostri alunni così ruspanti e così vivaci, liberi e ingenui allo stesso tempo, mentre noi ci dibattevamo tra un kilt e le ballerine o indossavamo orrendi pantaloni di velluto a coste beige con i mocassini di cuoio ?
In fondo, questo culto dell’apparire non è poi cosa nuova e poco proponibile: provate a spiegare ad un alunno di quinta superiore qualcosa sull’estetismo dannunziano: durante la verifica, fiero e sorridente vi risponderà con orgoglio che il sommo Vate era..un estetista!

 
Perchè mio figlio si droga? PDF Stampa E-mail
Costume e Società
Da Vincenzo Andraous   
Giovedì 14 Luglio 2011 21:43

Questa sofferenza indicibile e a volte irraccontabile.


 

In un oratorio di paese per confrontarci sui falsi miti, sulla trasgressione che spesso diventa devianza, un padre ripete con un filo di voce che “non è sufficiente un intero paese per educare un figlio”, una madre con gli occhi incavati, domanda ossessivamente “perché mio figlio, la droga, questa sofferenza indicibile, a volte irraccontabile, perché mio figlio dentro una cella, in un carcere, senza essere ancora un delinquente”.

Le droghe hanno sempre avuto facile accesso, ricordo bene ai miei tempi, la droga protestataria, contestataria, la droga nelle vene difficili da trovare, le mani sporche, le ginocchia piegate, nei vicoli, nei sottopassi, nelle strade, un movimento claudicante, palese caducità della carne e della mente in disfacimento.

Droga di oggi, dell’adrenalina, della botta sparata a bruciapelo, dai vestiti puliti, dai sogni concentrati e compressi nel fine settimana, anche questa è droga mai normale, non è usata per dire basta a un cliché, a un sistema violento, è droga che manipolando diverte, cambia colore, fa diventare grandi i nani dalla testa avvolta nella bambagia.

Nella vita di un ragazzo il gruppo ha una grande importanza, è dalla sua struttura, dalle sue regole, nelle sue dinamiche, dagli strumenti usati, che possono e debbono fuoriuscire personalità formate, mature, rispettose di se stessi e degli altri. Ma qualcosa interferisce, fa resistenza, una legge non scritta, un codice morale contrapposto e antitetico alla realtà sociale, fa sì che il plotone spinga e obblighi a conformarsi, a testuggine, dentro un quadrato poco propenso alla mediazione.

Cè il rischio che i più giovani si sentano prede facili di contumelie ben confezionate, basterebbe gettare lo sguardo  e un po’ d’orecchio ai messaggi pubblicitari che inondano le nostre case, le messaggerie istantanee, nella rete-mondo-universo infinito dove tutto può esser condiviso, tutto, come si ostina a ripetere qualcuno, senza percepire il pericolo insito in una affermazione del genere.

Per vincere la paura che deriva dalle nostre inadeguatezze,  si ricorre al tubo di birra, alla canna, alla pasticca, alla polvere, è droga che non regala emozione, né un sentimento, offende la dignità con immagini della realtà costantemente riflesse, mai vissute per intero.
La fascinazione del proibito, la roba e la violenza, mischiano le carte disposte sul tavolo, l’identità declinata sui documenti cambia forma, cresce la metamorfosi sociologica, l’uso che si fa della droga, compatibilmente con la necessità di non risultare precario anche sul banco di scuola, sul posto di lavoro, in famiglia, all’oratorio, quando non si regge il rimprovero né la punizione, ma si vuole esser ascoltati da qualcuno che non fa il maestro e si prende cura delle ferite ancora aperte.

Forse occorre uno sforzo serio di riflessione per indagare il bisogno di un ragazzo di fare il pieno di droga, a partire dal fatto che l’uso e abuso è incredibilmente vasto, non lo si mette più in pratica nei vicoli bui, ma sdraiati sui muretti, nei loft, nei servizi dei luoghi di lavoro e delle discoteche.
Perché mio figlio si droga? Forse perché non sappiamo fare tesoro del suo frastuono, non riusciamo a dare coraggio al bene che diciamo di volergli, allora occorre rispettare di più e meglio questo amore, anche quando nostro figlio non arretra, non avanza, non parla, non chiede aiuto, ma proprio dove non sono presenti i genitori, gli adulti, gli educatori, aumenta la loro vulnerabilità e fragilità.

 
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