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Abruzzo e Molise unite: un'ipotesi da valutare

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Scritto da Bianca Zanardi   
Domenica 11 Luglio 2010 10:08

La situazione del Molise raccontata in un'intervista al professor Sergio Sammartino con le proposte per il futuro dell'Associazione Majella Madre


Il Molise è regione indipendente dal 1963, ma le cose non sembrano andare così bene. Il professor Sammartino ci ha spiegato la situazione, com'era e com'è.

-Ogni evento o scelta storica ha delle motivazioni, quali erano state quelle alla base dell'unione iniziale delle regioni Abruzzo e Molise?

R: Se vogliamo risalire molto nel tempo, Le dirò che i Sanniti (antichi abitanti di buona parte dell’attuale Molise e del basso Abruzzo, oltre che della Campania) avvertivano molto poco la differenza tra sé stessi e le tribù osche situate poco a Nord (ad esempio i Peligni, abitanti della zona di Sulmona). E’ vero che furono i Sanniti del Molise a suscitare tutti gli abitanti degli Abruzzi contro Roma. Ed è vero che – per questo – furono puniti col genocidio (a quel tempo usuale) da Silla. Questo vuol dire che i Molisani odierni hanno poco o nulla di sannita nel sangue e – paradossalmente – rimane più sangue sannita in Abruzzo che in Molise. Nella terra oggi chiamata “Molise” giunsero poi romani, longobardi, goti, bizantini, saraceni, persino ebrei deportati; e poi slavi, francesi, catalani... un miscuglio di razze, di lingue e di etnie, come in tutta l’Italia.

E comunque, già l’Imperatore Augusto istituì un unica regione amministrativa (la Regio Quarta) che univa le terre d’Abruzzo e Molise sulla base di un’identità etnica, linguistica e culturale. Durante il Regno di Napoli esisteva la regione “Abruzzi”: il Contado di Molise era una parte dell’Abruzzo citeriore, come adesso il Canavese è una parte del Piemonte, il Cadore una parte del Veneto, la Barbagia una parte della Sardegna... A fare “il guaio” furono i napoleonidi, con Re Giuseppe Bonaparte che, nel 1807 – giusto per sottrarre un po’ di lavoro ad altre province – prese un pezzetto d’Abruzzo, un pezzetto di Puglia, un  pezzetto di Campania e – attorno al Contado di Molise -  istituì la Provincia di Molise, corrispondente più o meno al Molise attuale. Durò meno di 10 anni. Il ritorno dei Borbone, nel 1815 ricreò la grande regione Abruzzi, che permase con l’unità d’Italia. Ma intanto il tarlo s’era insediato: qualche romantico cominciò a credere che esistesse un’ “identità molisana”; e questo pensiero fasullo ha serpeggiato per più d’un secolo, per riemergere dopo la II Guerra Mondiale, con l’aspirazione di alcuni partiti politici alla regione autonoma. Il che fu compiuto – con qualche sotterfugio giuridico-costituzionale e senza consultare il popolo, nel 1963.

-In quale momento le due regioni hanno sentito l'esigenza di separarsi e quali erano i motivi per cui questo è avvenuto nel 1963?

R: La motivazione più seria era la lontananza del capoluogo (L’Aquila), arroccata tra i massicci e faticosa da raggiungere anche per la maggior parte degli abruzzesi d’oggi. Ancora adesso per raggiungerla da Campobasso si impiega più tempo che per raggiungere Roma. Dobbiamo calarci nel clima del dopoguerra: strade distrutte, carenza di mezzi di trasporto, mancanza di comunicazioni e di collegamenti. Il dialogo interno ad una regione così lunga ed estesa era praticamente impossibile. Per gli Abruzzesi del Sud (i Molisani) sembrò un sogno paradisiaco potersi organizzare per conto proprio. L’iter fu lungo, anche perché la Costituzione prevedeva un numero minimo di un milione di abitanti per costituire una regione.

Ci volle una legge “ad usum delphini” (la Legge Marracino, del 1957) che modificava quei termini, affinché anche il Molise (allora di circa 400.000 abitanti) potesse avere la regione autonoma. Attenzione! La stessa pretesa avevano altre aree (ad esempio il Salento pugliese) cui questa possibilità fu negata. Non è facilissimo capire perché il Parlamento alla fine, cedette sul Molise, malgrado la fiera opposizione di eminenti costituzionalisti (Sullo, Valsecchi...) che non volevano assolutamente regioni che – nel tempo – avrebbero avuto difficoltà a mostrarsi autosufficienti sul piano politico-economico. Certo nei primi anni ’60 c’era il boom economico, c’era un Governo che finanziava tutto e tutti anche se andavano in rosso. Sembrò davvero un bel colpo potersi costituire in regione e ricevere direttamente la torta intera senza spartirla con i fratelli Abruzzesi: uffici amministrativi, finanziamenti...non si può negare che per tanti fu una manna...

-Come si presenta la situazione attuale sia a livello culturale che economico?


R: La cuccagna è finita: il Molise ha continuato a pretendere di vivere di uffici amministrativi... finanziati da produzioni allocate altrove, magari nelle regioni del Nord, che ormai non vogliono più mantenere le regioni “mantenute” (senza offesa per nessuno). Alla base di quei “posti” di lavoro non c’è produzione propria, non c’è valore aggiunto; è mancata una politica attenta a stimolare la produttività locale. Le classi dirigenti – salvo poche eccezioni – hanno preteso di amministrare il potere su base clientelare. Ma...obiettivamente non si poteva fare molto di più, perché una regione così piccola non poteva svilupparsi in modo da camminare sulle proprie gambe.

La sbandierata autonomia si è trasformata in isolamento. E l’isolamento in soffocamento.
La cultura? Da Marx in poi, è ormai scientifico che la cultura è una variabile dell’economia. Non si fa cultura se non c’è eccedenza economica. Non a caso nei paesi sottosviluppati ci sono pochissimi laureati. Per permettersi attività non immediatamente produttive, come lo studio o l’arte, deve esistere un sostegno economico predisposto. Ecco perché in Abruzzo esistono Accademie di alto livello e Fondazioni Culturali efficienti, e in Molise non ce n’è nemmeno l’ombra. Si dice dalle mie parti: “Senza soldi non si cantano messe”! Anche l’Abruzzo oggi hai i suoi gravi problemi, ma nel frattempo si è sviluppato il doppio del Molise...

-Quali sono o potrebbero essere le fonti di sviluppo del Molise?

R: Abbiamo ancora una base di generale salubrità (del paesaggio, del cibo, delle usanze, del modus vivendi) che sarebbe un’autentica ricchezza turistica. Abbiamo una tradizione artigiana che – immessa nei moderni tessuti tecnologici – darebbe lavoro a molte persone. I  Molisani hanno saputo sviluppare anche industrie di riguardo nei decenni positivi (l’industria alimentare La Molisana, La Geomeccanica, L’Ittierre abbigliamento...) che oggi sono tutte in grave crisi. La collina e la montagna molisana sarebbero adattissime a nuove, originali forme di coltura e allevamento, come intuì Gianni Alemanno quand’era ministro all’Agricoltura. Già solo finanziando adeguatamente lo sviluppo delle possibilità culturali, alcuni stimano che si potrebbe riassorbire buona parte dei 35.000 disoccupati della regione.

Ma se tutti i soldi che ci invia il Governo e l’Europa servono... per mantenere il Consiglio Regionale con tutte le “spese pazze” annesse e connesse... non resta nulla. L’apparato regionale del Molise è come un asino che trasporta solo la biada che mangia lui stesso. Ciò che diciamo al Governo è proprio questo: eliminate l’apparato regionale, lasciate che il nostro piccolo territorio sia amministrato da Pescara (che sta a due passi!) e tutti i soldi che si risparmieranno utilizzateli per lo sviluppo reale! E sottolineo che questo discorso lo vorremmo allargare all’Italia intera: diminuite le Regioni, con delle fusioni, e migliorate il debito pubblico eliminando qualcuno di quei 20 parlamenti regionali che – dal 1970 – bruciano milioni che servirebbero al Popolo!

-Si potrebbero trovare strategie per migliorare la situazione rimanendo il Molise regione indipendente?

R: In parte ho già risposto. Questa, comunque, è’ la tesi che ci propongono i pochi che difendono ad oltranza la cosiddetta “autonomia”. Se si usassero meglio i finanziamenti – essi dicono – si potrebbe fare questo, quello e quell’altro. Siamo d’accordo. Ma questo ragionamento si basa, appunto, sui “finanziamenti”, sull’eterna visione di un centro erogatore che “nutre” le periferie. Il problema è proprio questo: dal 2015 l’Europa non farà più giungere i suoi massicci “aiuti”, perché indirizzerà gli sforzi verso i nuovi Paesi membri dell’Est. E il Governo già da ora partecipa sempre meno alla spesa delle Regioni, e tende sempre più a delegare ad esse la gestione dei servizi locali. Ora, sta di fatto che il Molise produce 30 euro di 100 che ne spende. Dobbiamo ancora discuterne? A noi pare una semplice evidenza che – col decentramento e il federalismo – non si potrà neppure sognare un Molise che continua a “far da sé”. Del resto, esiste da sempre la Romagna, poco più grande e ben più ricca del Molise, che non ha mai pensato di separarsi dall’Emilia e “far da sé”...

- Nella quotidianità come emerge la precarietà della situazione?

R: Fabbriche che chiudono, ospedali che non ricevono forniture, turismo che langue (malgrado le ingenti potenzialità), giovani che vanno a studiare fuori e che non vogliono più tornare, un esodo giovanile che supera abbondantemente il 50% tra chi ha meno di 30 anni. Quelli che restano pietiscono contrattini precari di sei mesi, a 600 euro al mese, magari proprio negli uffici della Regione, che sono già intasati...

-Perché nasce l'Associazione Majella Madre?

R: Per dire ad alta voce ciò che tanti pensano da un pezzo: che quest’autonomia ci ha isolati e spenti. Negli ultimi anni ho incontrato tanti che la pensavano così, ed ho capito che aspettavano solo che quest’idea si concretasse in un movimento da seguire. Comunque Majella Madre è meno “eversiva” di quanto si voglia dipingerla: il suo “programma minimo” prevede un semplice riavvicinamento delle due regioni sorelle, con continue collaborazioni, in specie per le zone di costa e di quelle di confine, che sono quelle che hanno sofferto di più per l’imposizione di questa separazione innaturale. Certo accanto al “programma minimo” esiste il “programma massimo”, che si spinge fino alla completa unità....

-Quali sarebbero i vantaggi portati dall'unione con l'Abruzzo?

R: Anzitutto un immediato risparmio di tutti i milioni che costa il superfluo apparato politico. Milioni che potranno essere investiti in economia produttiva, a sostegno delle fabbriche, per il lancio del turismo, per la migliore formazione dei lavoratori e dei giovani, per l’incremento dei commerci....E poi, un “mercato più ampio” delle idee, del sapere, della politica, e quindi – a seguire – della stessa economia. Un complesso sistema di porti tra Ortona e Termoli (che svilupperebbe finalmente il porto di quest’ultima) connesso a quella che sarebbe la più potente regione di transito tra l’Est Europa e il Tirreno. Un sistema di consorzi turistico-produttivi nelle zone montane, intorno al Sangro, oggi menomate da questo confine innaturale. La più perfetta integrazione delle terre dell’Alto Volturno che fanno già parte del Parco Nazionale. La maggior valorizzazione di un complesso patrimonio turistico, oggi soffocato da una regioncella che non riesce neppure a stanziare due soldi per la pubblicità sulle riviste del settore.

-Quali sarebbero i passi da compiere per raggiungere l'unione delle due regioni?

R: Nell’immediato, si potrebbe interessare le corti costituzionali d’Italia e d’Europa, perché la secessione del 1963 fu illegale: non vi fu uno straccio di referendum; il Popolo sovrano non fu interpellato. Cinque o sei parlamentari decisero da soli le sorti di 2 milioni di persone (tante ne contava allora l’Abruzzo-Molise). Se questa via giudiziaria ci venisse sbarrata, dovremmo lavorare per compiere il cammino inverso: inviare in Parlamento deputati abruzzesi e molisani che vogliano la fusione, e non sarebbe difficile convincere il Parlamento a votare all’inverso di come fece 47 anni fa. In fondo interessa all’Italia intera contrarre la spesa enorme che ci costa questa pletora di enti amministrativi che le attuali possibilità tecnologiche rendono del tutto superflui.

- L'Abruzzo cosa ne pensa?

R: Ci arrivano plausi entusiastici, a volte persino commossi, specie quando vengono dalle persone più anziane. Certo, esiste pure chi teme l’effetto unificazione, ricordando – con un esempio nobile – la difficoltà che ebbe la Germania a recuperare la sua zona est. Ma obiettivamente quel paragone è eccessivo. Anche l’Abruzzo guadagnerebbe ad allungarsi verso Sud, ad aggiungere chilometri e porti alle sue coste, a diventare più popoloso e più grande per affermarsi come principale regione di transito tra l’Adriatico e il Tirreno, ad accorpare il fittissimo patrimonio artistico, turistico e tradizionale del Molise (dove, dai Misteri di Campobasso all ‘Ndocciata di Agnone, esistono eventi folcloristici tra i più interessanti e spettacolari del Mondo)... In realtà pochi abruzzesi non sarebbero felici di dire: “Oggi la mia regione diventa più grande. Oggi tornano a noi i “fratelli prodighi”,  che lasciarono la casa comune nel ’63.”

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