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Un bilancio della 67° edizione della Mostra svoltasi dal 1 al 11 settembre 2010. Molte idee, pochi soldi e premi stravaganti
Si è conclusa anche l'edizione numero 67 della Mostra del Cinema di Venezia. Sabato 11 settembre la giuria presenziata da Quentin Tarantino ha espresso le sue preferenze assegnando i premi ufficiali.
Questa edizione non è partita sotto i migliori auspici. Molte critiche sono piovute addosso a Marco Müller e al suo staff di selezionatori per la scelta dei film inseriti nel concorso ufficiale, Venezia 67. Il criterio di selezioni è stato di rivolgere la maggiore attenzione alla cinematografia indipendente americana, europea, asiatica, a svantaggio dei filmoni di Hollywood e delle sue star, per creare un programma più di qualità che più attento al botteghino.
Come solo Müller è in grado di fare ha mostrato, poco alla volta, giorno dopo giorno, alla stampa e al pubblico uno squarcio di cinema internazionale fondante ancora su un'idea e non solo su immagini ed effetti. Film come The Ditch di Wang Bing, Meeek's Cuttof di Kelly Reitchard, Post Mortem di Pablo Larraìn, Essential Killing di Jerzy Skolimowski, Jusan-Nin-No Shikaku (13 Assansins) di Takashi Miike, Noi credevamo di Mario Martone hanno al centro del loro sviluppo il concetto, la narrazione logica, un messaggio. Per questo il programma ha conquistato critica e pubblico lentamente, dandogli modo di riflettere, di meditare, fino al punto che sabato i film che potevano vincere erano 15 su 24 totali.
Molto interessante è stata la scelta di Müller e del suo staff di puntare risorse e ingrossare il calendario con le proiezioni della sezione Orizzonti. É una sorta di secondo concorso in cui sono in gara film di registi poco conosciuti, con produzioni spesso basse, ma che, sperimentando, riescono a comunicare idee valide ed efficaci. Orizzonti è il nuovo che avanza; quest'anno tale concorso è stato accompagnato da una rassegna di cortometraggi, alcuni al limite della videoarte, su cui la direzione della Mostra crede molto in quanto rappresenta il nuovo, il diverso.
Dal punto di vista cinematografico, quindi, poco da eccepire; mota qualità e molte idee. Ciò che invece ha deluso è stata la cornice. L'idea del Lido come un luogo di sfarzo e divertimento in questa edizione è tramontata. La crisi economica mondiale ha inciso sulla venuta dei giornalisti stranieri (probabilmente intimiditi dal programma), delle delegazioni dei film, sulla presenza del pubblico massiccio dell'anno scorso.
L'atmosfera dimessa e poco festivaliera è stata aggravata dalle strutture poco consone; il Nuovo Palazzo del Cinema è un cantiere che ancora deve sorgere (solo pochi scavi); le sale utilizzate sono vetuste, fatiscenti (quest'anno ha piovuto in una Sala e in sala stampa), poche e dispongono di non sufficienti posti a sedere.
Per fortuna Tarantino e la banda di matti della giuria ha pensato di dare uno scossone al clima tiepido, assegnando alcuni premi a film inaspettati. Come il Leone d'oro a Somewhere di Sofia Coppola è parso eccessivo. Il film è convincente, permette di capire la solitudine dell'uomo di oggi, ma non è sembrato un film così importante, completo, innovativo per poter vincere. Le pellicole sopracitate hanno espresso nuovi indirizzi e nuovi modi di pensare il cinema, in parte meglio di quanto mostrato dalla Coppola.
Le scelte della giuria sono discutibili anche per quanto riguarda altri due premi. Ad Alex de la Iglesia sono stati assegnati l'Osella per la Miglior sceneggiatura e il Leone d'argento per la Miglior Regia per il suo film Balada Triste de Trompeta. La storia narra di un pagliaccio spagnolo sadico e triste che uccide i franchisti nel corso della Guerra Civile degli anni trenta. Se l'idea di usare dei simboli e delle metafore per spiegare la grave situazione sociale di quegli anni, risulta essere convincente, così tanto da meritare un premio, la regia dello spagnolo non è così avvincente. É molto confusionaria, caotica, dispersiva; ha utilizzato troppi generi cinematografici senza però saperli armonizzare.
Troppa musica, troppe immagini disorientano lo spettatore. Insomma la 67° edizione è risultata soddisfacente, nonostante i problemi strutturali ed economici incombenti e pesanti. Non è così facile pensare all'edizione 2011, a quali film, a quali idee, anche perché tutto passa attraverso la riconferma a direttore della sezione di Marco Müller, uomo illuminato.
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