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Antonio Calienda e Franco Branciaroli portano nei teatri italiani l'Edipo Re di Sofocle. Qualcosa però non convince; la messa in scena sembra già vista e discordante.
É difficile portare in scena la tragedia più studiata e sviscerata della storia, l'Edipo Re di Sofocle; è altrettanto difficile fornirne un'interpretazione nuova e sempre diversa, nonostante il testo sia aperto a molteplici significati e temi.
Il veterano regista Antonio Calenda ha fornito una sua idea di quest'opera e insieme al factotum Franco Branciaroli ha portato in scena lo spettacolo “Edipo Re” che da diverso tempo calca i palcoscenici italiani.
Nell'Edipo Re è condensato tutto l'uomo e il suo universo. Nella tragedia si parla di dolore, fisico e dell'anima, di colpe nate da scelte sbagliate e istintive, di sofferenza, di perdono, di conoscenza intesa come conseguenza del vedere.
Poi c'è la mente umana: logica e consequenziale, quella di Giocasta, sua moglie e madre, invece flebile e irrazionale, quella di Edipo; egli ha una psiche complessa e disturbata da un passato poco chiaro e giustiziata dal fato il quale condanna la sua fragilità, e quindi quella dell'uomo, e la sua infinitesimale piccolezza nei confronti di un destino spiegato e scritto.
Alla luce di tutto questo il protagonista sulla scena dovrebbe apparire complessato, irrazionale, turbato dalla peste che affligge il popolo di Tebe, su cui governa, e dall'orrenda verità che sta per scoprire; invece il pubblico, nello spettacolo di Calenda, può ammirare un Edipo-Branciaroli istrionico, ironico, lucido, beffardo, disinteressato, incomprensibile. La scena, completamente nera, appare minuscola al confronto ed è sommersa dalla recitazione dell'attore, dalla sua presenza sul palco immensa e ingombrante. Anche chi non conosce la tragedia di Sofocle può facilmente notare una discordanza tra il testo originario, intenso e tragico, tradotto per l'occasione da Raul Montanari con un'aderenza nel lessico e nelle emozioni stupefacente, e l'interpretazione dell'attore.
Edipo non può apparire stufo delle lamentele del popolo flagellato dalla peste; accusatore e spavaldo nei confronti di Tiresia. Inoltre non è dato che improvvisamente sia compreso nel dolore e nella colpa quando si scopre la sua verità; il passaggio, sulla scena, è troppo netto e non anticipato dal crollo emotivo di Edipo che, nel testo originale, è descritto con un climax ascendente di dolore e sconforto verso il gesto autolesionista di accecamento. Il regnante, inoltre, non può sembrare disinteressato nei confronti di ciò che lo circonda. Egli dipende dal fato, dal giudizio degli altri e non può esserne superiore, come lo rende Branciaroli.
Inoltre la scelta del regista di affidare l'interpretazione di Tiresia, Edipo e Giocasta all'attore è atta a rimarcare il senso della colpa. Ciò non appare perché la parole del testo sono sopraffatte dall'esercizio vocale di Branciaroli che le svuota per restituire suoni.
Attorno a questa interpretazione c'è la regia di Calenda, troppo ripetitiva e scontata. I cambi di luce, le musiche che si alzano nei momenti tragici, come la voce degli attori, costruiscono un linguaggio registico già sondato e affrontato dal teatro moderno. La scelta, inoltre, di collocare al centro della scena un lettino, ove si stende Edipo, affiancato da una figura seduta come se si trovasse nello studio di uno psicanalista appare monotona e, francamente, non in sintonia con l'atmosfera goliardica e ironica dell'interpretazione di Branciaroli.
Come detto inizialmente le interpretazioni dell'Edipo Re possono essere molteplici. Rimangono immutabili dei concetti alla base del testo, come il dramma, la tragedia, il patetismo, la colpa che, anche se sotto intesa, deve essere resa. Non basta una scena nera, la voce alta e tremolante del coro o il suo abbassamento improvviso inteso come un gesto di resa per spiegarla. Serve il dolore delle tragedie greche.
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