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Il nuovo spettacolo teatrale di Romeo Castellucci parla dell'essere umano e del divino, del loro interagire. É davvero così?
Qual è il senso di questo spettacolo? Qual relazione intercorre tra il volto di Cristo e un uomo che non riesce più a vivere? La performance teatrale “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” di Romeo Castellucci, inscenato dalla compagnia Socìetas Raffaello Sanzio e presentato in anteprima nazionale al 41° Festival Internazionale del Teatro di Venezia, narra la triste condizione di un uomo anziano. Vive in una casa ordinata e bianca, quasi asettica, insieme al figlio. Una mattina come tante mentre quest'ultimo è intento a preparasi per andare al lavoro, l'anziano signore assume le sue pillole quotidiane. Subito dopo aver bevuto il bicchiere d'acqua, il vecchio protagonista non riesce a trattenere la sua incontinenza e si defeca addosso, imbrattando vestiti, divano e qualunque cosa tocchi.
Il figlio provvede subito a lavarlo, cambiarlo e a rincuorarlo dalla sua disperazione di uomo che non riesce a controllare il suo corpo. Il dramma dell'uomo accade nuovamente e ancora una volta fino a quando il figlio non contiene più la sua ira ne infastidito della situazione, urla e inveisce contro il padre. Lui si dispera, piange e urla la sua disperazione dicendo: “non posso più vivere in questo modo”. Il figlio stanco e inerme osserva il bianco della scena colorarsi sempre più di marrone e triste si avvicina ad abbracciare il volto di Cristo che giganteggia sul fondo. L'immagine divina si anima, al punto di lacerarsi, di distruggersi per lasciare spazio alla scritta “You are my shepherd” che si intervalla con “You are not my shepherd”. La musica diviene opprimente e inquietante e dei lampi di luce squarciano il buio, mentre il volto di Cristo lacerato, è coperto da un telo nero.
Esiste una chiave interpretativa generale a tutto ciò oppure il significato è soggettivo e personale? Sicuramente questa è un'ipotesi. Castellucci strutturando uno spettacolo così pieno di simboli, metafore, riferimenti alla vita reale e spirituale concede a ogni spettatore la possibilità di arrivare alla propria conclusione. C'è quindi chi può pensare che la relazione tra gli escrementi e il volto di Cristo sia dissacrante e blasfema, perché l'intento può essere di lordare la figura del Salvatore con la peggiore espressione del corpo umano. Allo stesso tempo c'è chi considera Gesù il custode e il protettore della vita umana, colui che sostiene il martirio del vecchio padre, conferendogli, con la sua presenza ingombrante sulla scena, speranza, forza e certezze.
Analizzando in profondità lo spettacolo si può, anche, considerare che il regista ha voluto ragionare sul decadimento della bellezza. La bella scena perfetta, ordinata e pulita è imbrattata dagli escrementi dell'anziano. La bellezza artistica con cui è stato realizzato il volto di Cristo si dilania dinnanzi al martirio dell'uomo; sembra scomparire a causa dei limiti della vita umana.
Proprio nella presenza, nello sguardo di Cristo risiede una delle possibili chiavi interpretative dello spettacolo. Il vedere governa l'intera narrazione e si divide in tre livelli: quello dello spettatore, quello del figlio dell'anziano e quello di Cristo giudicante quasi michelangiolesco. É uno sguardo immobile, penetrante, profondo che turba più degli escrementi del vecchio. Mette a nudo lo spettatore-uomo, lo giudica e lo invita a pensare: chi è il vero pastore, il vero bastone su cui si poggia l'uomo nel momento di massimo bisogno? L'essere divino o l'essere umano? Cristo guarda il pubblico come a voler affermare: osservate in che condizione è quest'uomo che non riesce più a vivere. Tu uomo cosa vuoi fare? Vuoi aiutarlo o lasciarlo nella sua disperazione?
Quando quindi il figlio dell'anziano abbraccia l'immagine divina, è per chiedergli aiuto, per risolvere la situazione; essa però si lacera, perché distrutta dalla pratica opportunistica dell'uomo di affidarsi al divino per risolvere i propri problemi. L'uomo non sa più contare sull'aiuto del suo vicino, anche più prossimo, tant'è che il pastore cui si riferisce la scritta non è detto che sia per forza Gesù, ma può essere interpretabile come l'uomo stesso. L'uomo è il pastore di se stesso oppure no?
In questo scervellarsi per capire lo spettacolo, negli orizzonti interpretativi che suggerisce, sulle riflessioni nate in merito agli argomenti trattati, nella volontà di parlare dell'uomo, risiede il merito di questo testo teatrale. Le immagini vivono nella mente dello spettatore per giorni, gli interrogativi popolano i suoi pensieri. Cosa rappresenta lo sguardo? Perché l'immagine si distrugge? Ha senso tutto questo? Le ipotesi si accavallano e ognuna di esse può essere valida, perché “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” parla, senza troppi giri di parole, all'uomo e al suo essere. Quindi lo spettacolo ha senso, anzi numerosi sensi, tante quante le teste degli uomini.
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