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Al Teatro Comunale di Treviso è andata in scena l'opera più famosa del compositore italiano diretta da Fabio Ceresa. É stato come rivedere lo spettacolo originale.
Come si può proporre in maniera innovativa un'opera del 1904? Questo dubbio assale chi si approccia alla Madama Butterfly di Giacomo Puccini scritta su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. É un testo aapartenente alla storia del teatro per la bellezza e l'armonia delle arie e sia per il trema trattato, la pena d'amor. Quante donne non si sono immedesimate nel dolore di Cio-Cio-San (Butterfly) sedotta e abbandonata dopo il matrimonio o quale uomo non ha in fondo un po' della spavalderia del Capitano Pinkerton, abile manipolatore e seduttore? Detto questo il dubbio iniziale è, quindi, legittimo.
Una soluzione potrebbe essere raccontare la storia di Butterfly come Puccini l'ha pensata, senza rielaborazioni e reinterpretazioni. Non per essere prevedibili né banali, ma per proporre la perfetta struttura drammatica dell'opera. Madama Butterfly, infatti, racconta musicalmente e narrativamente, i sentimenti dell'uomo quando ama, soffre o si trova di fronte alle scelte della vita.
Questo è ciò a cui il pubblico del Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso ha assistito nelle repliche messe in scena dal 9 al 15 gennaio. L'allestimento è nato da una coproduzione tra il teatro Sociale di Rovigo, Teatri e Umanesimo latino spa e la partecipazione di Bellussi Valdobbiadene. È stato diretto teatralmente da Fabio Ceresa e musicalmente dal Maestro Nicola Marasco e realizzato dall'Orchestra regionale Filarmonia Veneta.
Per arrivare a questo risultato i cantanti, il regista e il direttore d'orchestra hanno studiato analiticamente e interpretativamente il testo, scritto e musicale, per poter interpretare la scena e ogni personaggio in ogni sua minima sfumatura. La naturale fine di quest'analisi è ciò che si è assaporato in scena ossia Yasko Sato, Giuseppe Talamo, Evgeniya Rakova e Gonzalo Ezequiel Moya che non impersonano rispettivamente Butterfly, Pinkerton, Suzuki e Sharpless, ma sono loro stessi. I cantanti sono arrivati a un'immedesimazione con il loro personaggio così profonda da esprimere con naturalezza e verità tutti gli stati d'animo dei loro alter ego. Verso la fine dell'opera quando Pinkerton giunge con la nuova moglie, l'atmosfera è ansiosa, ingestibile.
La musica è intensa e sul volto dei cantanti si può notare un reale velo di preoccupazione, di terrore per la reazione di Butterfly. La donna arriva e comprende la situazione. La sua voce, il suo volto, i suoi movimenti sono fragili, interrotti, rassegnati, tristi, espressi con un realismo e una veridicità tali da condurre lo spettatore all'immedesimazione.
Questo è il naturale fine di una rappresentazione così vera, condurre il pubblico a sentire intensamente ciò che succede in scena. Prova, vive il dramma e la gioia e solo così capisce l'altro significato dell'opera di Puccini ossia la contrapposizione tra il mondo occidentale e quello orientale. In questo Ceresa e i cantanti riescono perfettamente. Yasko Sato infatti interpreta una Butterfly misurata, composta, rassegnata nel dolore e mai troppo energica nell'amore, incarna la gelida misura delle donne giapponesi. Il Pinkerton dello spettacolo, invece, al contrario, sembra spavaldo, borioso, il tipico sbruffone americano pieno di sé e sicuro della sua vita. Lui domina la scena, allo stesso modo in cui gioca con il cuore e la vita di Butterfly. La donna, invece, si muove per il palco con piccoli passi, spesso lenti e tristi, ma sicuri dettati dalla determinazione della sua azione.
Una contrapposizione, però, mai troppo marcata, sempre velata, controllata anche nell'uso della voce, grazie al Maestro Marasco. Con forza e sapienza sa liberare la voce dei cantanti e la potenza della musica, nei momenti di maggiore pathos, senza essere invasiva. L'armonia melodiosa accompagna la comprensione del testo, del dramma. Anche quando tra la prima e la seconda scena del secondo atto il regista chiude il sipario, contrariamente a quanto deciso da Puccini, il Maestro trattiene l'impetuosità della musica per permettere al pubblico di prepararsi al dramma finale.
In conclusione si può dire che in scena a Treviso si è visto Puccini o meglio il pubblico ha goduto di un sapiente e intelligente spettacolo, basato unicamente sulla dimostrazione del genio del compositore lucchese.
Foto di Piccinni - Treviso
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