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Elektra è uno spettacolo teatrale orrendo, spaventoso, tenebroso, mefistofelico ma che riesce a essere reale e umano.
Carmelo Rifici sta portando nei teatri italiani la sua personale reinterpretazione del testo decadentista “Elektre” di Hugo von Hofmannshal che a sua volta si riferisce, narrativamente, alla tragedia di Sofocle, Elettra. In scena si vede Elisabetta Pozzi, convincente Elektra, non nei panni della figlia affranta, piena di livore verso la madre Clitennestra e il suo compagno Egisto, colpevoli della morte di suo padre Agamennone.
La protagonista, pur immersa in uno stato di pazzia apparente, è una donna più razionale, lucida, speranzosa, che sa attendere la sua vendetta, l'arrivo di Oreste, fratello vendicatore. Ha le vesti lerce, sudice, i capelli strappati di molte ciocche, il suo volto è macchiato e segnato dal dolore, sembra pazza e posseduta. Le parole e i movimenti del suo corpo riescono a trasmettere, però, la sensazione opposta.
Elektra quando parla con la mefistofelica madre, ha sicuramente timore, ma non è sottomessa, non si piega e anzi l'affronta con voce sicura, decisa, utilizzando spesso cambi tono, atti a conferire un significato al suo discorso. Anche nei lunghi monologhi, resi vivaci dalla cercata misura con cui esprime le sue parole, e come nei vibranti e vivi movimenti del suo corpo, vuol comunicare che il suo animo e il suo corpo vivono, sono presenti, al contrario di quanto la circonda.
Rifici, insieme allo scenografo Carlo Buganza, ha pensato e creato uno scena orrenda, spaventosa, angosciante in cui gli attori si muovono come pazienti di un ospedale psichiatrico sotto l'effetto di elettro shock. Il palazzo di Agamennone è diviso in due piani collegati tra loro da scale che si intrecciano, da finestre incardinate in stipiti diagonali e porte, anch'esse oblique, che conducono nel buio. Le pareti sono sporche, contaminate, macchiate da strisci e impronte di sangue, violaceo quasi nero, simboleggianti il nefasto omicidio. In questo claustrofobico spazio si muove il coro di donne vestito di poche vesti strappate con capelli tagliati irregolarmente e sguardo fisso. Il loro tono vocale è unico, non si lascia emozionare, se pur negativamente, nemmeno dall'entrata in scena della malefica Clitennestra. 
Le donne compiono movimenti circolari o per linee diagonali, perché sono gesti meccanici, ripetitivi, non logici. Anche quando le donne cercano di lavare, con stracci putridi e immondi, le impronte di sangue dalle pareti o dal pavimento, non si muovono con metodo e rigore, ma con assoluta ripetitività, come se fossero obbligate a farlo. In realtà non possono cancellare quei segni in quanto la brutalità dell'omicidio di Agamennone è stata così empia da rimane indelebile. Il palazzo appare, quindi, immerso in uno stato di immobilità, di catatonia, di oblio perenne dominato dal nuovo potere di Clitennestra e Egidio in cui Elektra appare l'unica anima viva che spera e attende.
É questo che rende Elettra, Elektra ossia un personaggio più umano, più vicino al pensiero comune. Prima di essere il prototipo del dolore o il riferimento di qualche teoria psicologica, Rifici ricorda che Elettra è una donna, è umana, è reale. Ciò che la rende tale è la speranza, l'attesa, il non arrendersi, il non lasciarsi sconfiggere e ingabbiare dalla forza negativa del patricidio.
Tutto ciò è espresso attraverso l'uso di due valori fondamentali del teatro: la parola e l'immagine, quindi la scena. Sul palco domina il suono vocale, espresso in svariate forme proprio per non limitarsi a un puro esercizio di stile, ma per essere il più reale possibile. Al contrario la scena può apparire poco vera, perché troppo spaventosa, ma è proprio il suo essere estrema che aiuta il personaggio di Elektra a emergere, a differenziarsi, per umanità. Tutto ciò porta il pubblico all'immedesimazione, perché il regista riesce a questi elementi scenici a racconta un dramma reale, presente, una storia come tante di tragedia e orrore quotidiana che invadono giornali e parole.
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